FALLIMENTO: BANCAROTTA FRAUDOLENTA

Non mi sorprende che il Collega psicoanalista M. Recalcati, e senza disistima da parte mia, sia giunto alla conclusione che si può solo fare l’elogio del fallimento:
“La psicoanalisi tesse l’elogio del fallimento … Per fare lo psicoanalista bisogna amare le cause perse”:
ho già parlato di ciò, una volta ricordando la battuta finale di Zorbas il greco.

La mia radicale differenza di prospettiva sta in solido con il fatto che io, che ero tra tutti il più legittimato a qualificarmi “lacaniano”, l’ho sempre rifiutato e mi sono sempre qualificato “freudiano”, come del resto lo stesso J. Lacan:
ma è vero, distinguere “lacaniano” da “freudiano” porta a quella conclusione, è la deriva di J. Lacan qualora autonomizzato da Freud:
al quale J. Lacan si è articolato incessantemente, direi perfino fedelmente malgrado documentabili infedeltà.

Ho già correlato perversione ed elogio del fallimento [1], ma senza per questo dare del perverso al Collega:
gli contesto soltanto di non avere protestato lui per primo, come si dice “ohibò”, una volta trovatosi di fronte a questa conclusione obbligata, e di non essere risalito alle premesse di questa.

La perversione fallisce, scrivevo, anzi è la perversione a fallire:
essa può avere solo la superbia di promuovere il suo fallimento nel fallimento del legame sociale, o del pensiero (J. Lacan ha mancato questo nesso).

Sto procedendo nell’esplorazione dell’imputabilità, un’esplorazione insospettata dalla nostra immensa ingenuità:
in questo caso si tratta di imputabilità per fallimento doloso del pensiero, bancarotta fraudolenta con morti e feriti.

Nella Storia del pensiero c’è molta bancarotta fraudolenta, e parlo di insospettabili e coltivatisi come tali (la nobile “autenticità”).
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[1] Mi riferisco al Corso della “Società Amici del Pensiero-Studium Cartello” di sabato 16 aprile sul tema Fallimento, Testo introduttivo di Maria Delia Contri e Relazione di Luca Flabbi.

mercoledì 20 aprile 2011

 

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