INNAMORAMENTO COME PERVERSIONE, E IL CRISTIANESIMO

Non è casuale che un progresso circa la perversione (tema generale del Corso dell’anno) mi sia stato reso agevole sabato u.s. quando era a tema l’assenso, con la relazione principale di Glauco Genga:
la perversione è “qui lo dico, qui lo (rin)nego”.

Dovrebbero essere vigilanti coloro che abusano della citazione perfino laudativa, può trattarsi di un promoveatur per un amoveatur sconfessante:
io sono freudiano perché “rimozione” è ormai mia osservazione, mio lessico, mio concetto, idem “pulsione” anche dopo ribattezzata come legge di moto o pensiero della legge (le gambe delle gambe), idem “inconscio” come il pensiero in fuga sotto le bombe dell’angoscia.

Freud è stato largamente sottomesso a perversione:
un esempio di applicazione a Freud della perversione come sconfessione o rinnegamento, è il parlare di “lutto patologico”, mentre egli ha scritto Lutto e melanconia proprio per distinguere il primo come normale e la seconda come patologica:
le pene d’amore da fini lamour non sono lutto e finiscono come melanconia.

Il mio suaccennato progresso riguarda l’innamoramento come perversione dell’amore (“qui lo dico, qui lo (rin)nego”):
1. se anche nell’innamoramento può darsi sacrificio (cosa del tutto diversa dal procurare favore), non c’è in esso lavoro di produzione di beneficio attivante il partner, di cui è rinnegata la stessa esistenza (caduto l’innamoramento si dichiarerà di trovarsi di fronte un estraneo);
2. non ha a che fare con il sesso (la differenza), che quando è presente non deve nulla all’innamoramento:
l’innamorato è sempre un Parsifal, un caballero con un altro caballero mascherato anche biologicamente da Biancofiore.

C’è stato un inevitabile benché indesiderabile “merito” storico del cristianesimo
− intendo quello che si proponeva come rivoluzione proprio quanto all’“amore” precedente o innamoramento −,
consistito nel portare la perversione su grande schermo nel proprio stesso seno:
innamoramento come modello dell’amore divino, scenario propizio all’amore cortese, pedofilia, nozze mistiche, amore come abbraccio (tenero o consolatorio), Barocco come “non è vero niente” (“La vita è sogno”), l’uomo vecchio conservato sotto orpelli di uomo nuovo (non ripeto i quattro articoli dell’uomo vecchio):
in generale, censura del pensiero.

E’ proprio il caso di dire che la celebre frase paolina – “Dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia”, Rm. 5, 20 – è vera anche all’inverso:
dove abbondò la grazia, straripò il peccato:
trovo indicato il verbo “stra-ripare” perché non si tratta più dell’alveo del delitto comunemente noto e perlopiù codificato, ma di una sua stra-elaborazione debordante che si presta perfino all’odore di santità (masochismo, melanconia, sadismo nella formazione reattiva).

Dalla perversione metteva in guardia già Gesù nel detto “Il vostro discorso (lògos) sia sì o  no, il resto viene dal malvagio”, Mt 5, 37:
non ho prove che Freud conoscesse questo detto, ma lo ha discorsivamente praticato in generale e anzitutto riguardo alla perversione.

martedì 22 marzo 2011

 

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