TITOLI-SPAZZATURA O L’ANIMA AL DIAVOLO: POLITICA-ECONOMIA

Il tema narrativo del vendere l’anima al diavolo ha cento varianti, con la sola costante che il diavolo imbroglia sempre il venditore:
nel caso dell’anima il diavolo, dantescamente [1], ci fa bella figura logica, perché la sua non è anzitutto una truffa, fondata com’è sulla dabbenaggine del compratore poi venditore, semplicemente il diavolo sa che l’anima non esiste e dunque non deve pagarla:
penso ormai che la da-benaggine sia un fondamentale dell’economia di massa, dis-economia mondiale.

Il diavolo resta truffatore solo perché è lui che ne ha confezionato e venduto l’Idea, “piazzata” come junk bond o titolo-spazzatura supposto rivendibile:
ma che all’atto della vendita non trova compratori, tanto meno il löico diavolo:
che non fa né pentole né coperchi, proprio come non fa pattumiere, spazzature né scope ma solo la loro Idea per il mercato della prostituzione (l’Idea “scopare” è diffusa come quella di anima).

Per la precisione, la sua truffa consiste non nell’avere gettato sul mercato delle Idee una stimolante figura di fantasia, come i coboldi della mitologia nordica, bensì nella diffamazione e umiliazione del pensiero quando lo sventurato passa all’Idea:
Anima, Donna, Fallo, Amore, Madre, insieme a Bene, Vero, Bello, cioè il Cimitero celeste.

Sull’anima, come sull’innamoramento, l’umanità si rivela stupida, ed è proprio di fronte a questa verità elementare che nasce la superbia (psicosi) detta anche “narcisismo, la Fiera dell’Idea.

Sotto il “Sogno” di un pluridecennale lessico politico più che mai attuale, trova mascheratura l’anima di sempre come fattore di massa della politica:
insomma il diavolo è operante politicamente ed economicamente:
certo da alcuni decenni a livello mondiale, ma con non minore efficacia a partire almeno da Platone come Multinazionale dell’anima.

Una volta si negava che le donne avessero l’anima:
ma le sventurate non hanno saputo approfittarne eccetto che vendicativamente, facendo credere agli uomini stupidi di essere la loro anima (“causa del desiderio”).

Poi anche “Dio” è stato trattato come uno stupido, presentato come uno che aspirerebbe all’anima umana, l’“anima nuda” di una pornografia visionaria (ma si può?!)

In fondo è curioso che la Teologia non si sia fatta forte del pensiero anziché dell’anima, in quanto il pensiero è l’unica cosa che sia “a immagine e somiglianza” di “Lui” anche se “Lui” non esistesse, perché il pensiero è proto-tipo:
è dall’antichità che si incarica la Natura di “cantare le lodi di Dio”, ed è un antico errore perché semmai bisognerebbe incaricarne il pensiero.

Tutto è andato storto da quando si è passati dal Padre a Dio, e “Padre” come un nome del pensiero (eredità, frutto, profitto):
Mariella Contri insiste da tempo su questo passaggio infausto.

“Padre” significa anche una verità, che la soddisfazione è identica nei due sessi e di segno femminile (“modus recipientis”), anche nel godimento sessuale:
l’omosessualità sposta questa verità dal pensiero alla realtà (dei corpi):
nevrosi ossessiva e paranoia negano furiosamente questa verità:
ma è dall’isteria che inizia la negazione.

Attendo il testo di Vera Ferrarini su B. Pascal (intervento di sabato u. s.) per aggravarlo, se possibile, con un mio supplemento sul medesimo disonesto.

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[1] Inf. XXVII “tu non pensavi ch’io löico fossi” (123), “per la contradizion che nol consente” (120).

mercoledì 23 febbraio 2011

 

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