PER L’IMPOSSIBILE (III): TRE IMPOSSIBILI. E LUTERO

I tre impossibili:
amore, libertà, fede.

1° amore:
parola da lasciare in silenzio fino a nuovo ordine o nouveau régime rispetto all’ancien:
è un’occasione per scoprire laicamente ciò che il silenzio monastico cercava di essere senza sapere.

2° libertà:
Freud l’ha lasciata in silenzio fino a che ha potuto introdurla, ma di ciò ho già parlato a più riprese (qui J. Lacan è stato da meno).

3° fede:
ne ho scritto recentemente (J. Lacan e lafféde, sabato-domenica 4-5 dicembre, e ancora dopo):
è il caso di ripetere che “un bel silenzio non fu mai scritto”.

La storia del “significante” in senso lacaniano (separazione della parola dal concetto e dunque “cretino”!) pesca lontano, ma essa ha fatto un progresso da gigante “grazie” a Lutero [1] con la sua “fede”.

L’indubbia miscredenza della Chiesa di Roma [2] (prendiamo come esemplare l’esecrato-invidiato Papa Borgia, il Papa “marrano”) avrebbe dovuto consigliare a Lutero la sap(i)enza proprio a riguardo della miscredenza stessa:
questa documentava non l’indegnità Papale e Romana, bensì quasi tecnicamente uno storico quanto inconsapevole boh! sospensivo riguardo alla stessa parola “fede” (posto ma non concesso che abbia mai raggiunto un significato).

Chissà (ma la storia non si scrive con i “se”), la tecnica miscredenza romana avrebbe potuto essere l’occasione, come per me, di interrogarsi sul concetto di “fede” (giudizio di affidabilità, scrivo da tempo):
Lutero invece ha riaffermato la medesima (mis)credenza però mettendoci le parentesi ( ) per forza e con forza cieca e sorda, imponendo così parentetiche sbarre censuranti l’accesso al significato [3].

Egli ha consolidato la tradizione significante [4], che è parlare senza sapere ciò che si dice:
poi, per la Chiesa successiva la “fede” o (mis)credenza di Lutero è stata irresistibile, indipendentemente dalla condanna dell’eretico:
e oggi siamo più (mis)credenti di prima.

La definizione della fede come giudizio di affidabilità è radicalmente assente in Lutero, non poteva neppure pensarla:
ma certo, se avesse saputo pensarla sarebbe stato un Freud troppo in anticipo, più un J. Lacan al seguito di quello.

Forse un giorno i cristiani si riuniranno ecumenicamente nella parentetica “fede” di Lutero, e allora saremo tutti islamici:
Ahmadinejad sarà contento:
in compenso l’Islam non ci proibirà di adorare Gesù bambino, divino misterioso marmocchio che “scende dalle stelle”.

_____________

[1] L’occasione per questo pensiero mi è offerta dal recente riavere in mano: L. Febvre, Martin Lutero, appena riedito da Il Sole 24 Ore. Indimenticabile anche il suo Il problema dellincredulità nel secolo XVI: la religione di Rabelais.
[2] Ma non solo della “Chiesa ufficiale”: ho avuto estesa occasione fin dall’infanzi di osservare la fondamentale miscredenza del “popolo” pio, proprio quello della chiese piene, delle processioni, dei santuari, delle Madonne più svariate.
A Lutero importava molto la parola “pio”, fromm: nella storia ha prevalso la pietà, poi “pietismo”, non la fede.
[3] In assenza di fede come giudizio di affidabilità, non può che risultare che se anche ci fosse stata una Rivelazione non ce ne saremmo neanche accorti. Richiamo qui l’espressione lacaniana “accès interdit au champ de la Révélation” (Scilicet 1, p. 54).
[4] Qui avremmo anche l’occasione per disoccultare la parola “Tradizione” a ogni latitudine culturale. E’ facile osservare che è sinonimo di trasmissione.

mercoledì 22 dicembre 2010

 

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