MARX CON MARX: MORALITA’ COME PENSIERO ECONOMICO

Ho appena ascoltato in TV un noto personaggio del mondo economico, un liberale puro, che citava con scioltezza certi pensieri di Marx (dai Grundrisse) a me familiari.

mi è stato d’occasione per pensare che Marx voleva dei Marx, anche capaci di correggerlo, non dei marxisti, ossia voleva persone capaci di pensare quotidianamente cioè economicamente:
“il fattore economico è quello in ultima analisi determinante”, scriveva, ed è una conclusione che Freud ha incrementato, non psicologizzato, tanto meno spiritualizzato.

Più che freudiano io sono Freud con Freud, non lo cito [1] ma con lui con-penso in prima persona (una volta ho detto che Freud sono io), e sono Marx con Marx via il punto di vista economico – propriamente e non metaforicamente economico – di Freud.

Sono stufo di quelle Sinistre che tali sono solo per avere cancellato anche il nome di Marx, il quale d’accordo con Stalin le avrebbe mandate tutte al gulag:
ma basta farlo solo verbalmente, del che il compagno Stalin è stato incapace, e io sono certo che i sonni di molti post-comunisti sono abitati da incubi in cui l’incubo è Stalin.

Sono anche stufo di tutte quelle querimonie su disoccupati, precari, sottopagati, che tali resteranno salvo che affoghino nel mare di lacrime versate su di loro:
i sindacati stessi dovrebbero rivedere radicalmente la loro impostazione rivendicativa, fatta per lasciare poveri i poveri, e dedicare il 50% del loro tempo a favorire il pensare economico anziché rinforzare l’idea dell’economia come misteriosa oltre che intrinsecamente immorale (i “ricchi” del Vangelo sono degli avari).

Solo Marx può discutere con Marchionne, e non penso affatto che ne verrà la guerra.

Il pensare pretesco sull’economia supera la soglia delle religioni, ed è il pensare che l’economia ha bisogno di iniezioni di morale:
moralità è il pensare economico stesso, immorale o/e patologico è il pensare diseconomico.

Questo pensare morale io lo ho non solo con la mediazione di Freud, ma anche prendendola alla lontana-vicina, cioè dalla parabola dei talenti come fondazione della moralità (vi è considerato anche il capitale finanziario):
il terzo “servitore” della parabola è sanzionato con la severità massima – è un avaro come i ricchi della cruna dell’ago -, seguita dal principio morale (massimamente immorale per altri):
“a chi ha sarà dato, a chi non ha sarà tolto anche quello che ha” (immorale?)

Pensi di avere una buona idea di Università:
non dovrebbe più esserci l’istupidente Facoltà di Psicologia, ingiuriosa per tutti i suoi studenti, ma solo la Facoltà di Economia (e di Diritto, ma non ripeto):
ogni tema psicologico – comportamento, apprendimento, intelligenza, memoria, cognizione, affetto e/o emozione eccetera – trarrebbe la propria dignità, anche scientifica, dall’essere temi della vita del pensare e pensare economico, e in subordine del relativo contributo neurologico.

Anche la Psicopatologia, nel suo essere anzitutto diseconomia, sarebbe una disciplina di tale Facoltà.

Una delle pecche dell’insegnamento morale cristiano nei secoli è la censura del pensare economico, la ce(n)sura economia/morale:
che comporta che il “Popolo” deve solo parlare di calcio, di donne, e di portafoglio vuoto:
è così che si genera la classe, mentale e sociale, dei “furbi” fino a criminali, mentre Il Popolo è “buono” (mai visto!)

Se si insegnasse Lettere antiche alla facoltà di economia, sarebbe finita per l’antigonismo imperante, instrumentum regni pauperorum:
ci si occuperebbe infatti della cattiva economia di Tebe in epoca di Cultura antigonea (rivendicativa, querulomane, melanconica, antiistituzionale), nonché dell’Istituzione di un Creonte stupido che prende sul serio Antigone (come nel dramma di Sofocle).
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[1] Poi raccomando anche di citarlo con acribia (lo dico io che ne ho quasi completamente riformulato il lessico), per non fornire l’occasione di insinuare il sospetto di un pur minimo distacco da Freud.

mercoledì 8 dicembre 2010

 

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