CLUB DELLO CHAMPAGNE

Se facessi il sindacalista proporrei a tutti i lavoratori, precari e disoccupati compresi, di bere champagne almeno una volta l’anno, a costo di fare una colletta o di domandarlo:
i mendicanti non domandano champagne, è per questo che sono mendicanti:
dico champagne non spumante, è lo spumante quello che ci sconfigge:
al pari della sostituzione dei profumi con i deodoranti, piuttosto il sapone che costa meno, al profumo provvederà la pelle.

Lo champagne simbolizza la moralità, nel suo essere né dovuto (bisogno o imperativo) né proibito, cioè libero:
la moralità riguarda ogni atto, incluso quello sessuale:
ma né dovuto né proibito è quasi inconcepibile, tanto da chiederci se tanta virtù ci renderà tutti casti:
secondo me sì (ogni volta che apriamo bocca siamo sessualmente viziosi, per esempio lutulenti o stupidi), perché la castità anzitutto verbale è la regola, mentre l’atto sessuale è l’eccezione (che conferma la regola).

All’opposto − ma è meglio dire “all’ostile” − c’è la “morale” kantiana come puro dovere:
purché sia puro (da passione e interesse, deodorato), allora può avere qualsiasi contenuto, anche un massacro:
la razza pura, l’imperativo puro hitleriano, è stata la forma nazista di morale kantiana:
con tale purezza che, anche quando la guerra andava ormai male per le armate del Terzo Reich, i convogli di ebrei avevano la precedenza sui convogli militari:
gli ebrei sono morti per Kant, nell’Europa kantizzata sono rimasti senza difesa (pubblica).

Lacan non ha mancato di riconoscere nella morale kantiana la perversione (preceduto da Freud che vi riconosceva il Superio).

Quindici anni fa, quando con altri facevo nascere lo “Studium Cartello”, suggerivo di chiamarlo “Club dello champagne”, ma non ho insistito abbastanza e me ne dolgo:
oggi designo così la nuova “Società Amici del Pensiero”, comprensiva di quello (e di altro ancora) senza esserne compresa:
chiunque può prenderne il pensiero così come è stato edito da Sic Edizioni (a eccezione del logo).

martedì 16 novembre 2010

 

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