PADRE NOSTRO?

Sabato domenica 9-10 ottobre 2010
in anno 154 post Freud amicum natum

 

La parola “Padre”, sorta ovunque in tempi immemorabili come tradizione o colla linguistica, è sempre stata o in difetto o in eccesso:
o è stretta, povero papà, oppure è troppo larga avendo finito per designare perfino un diritto di vita e morte sui familiari (pater familias con vitae necisque potestas; Ifigenia in Aulide di Euripide; Jefte in Giudici 11, 29-40, vedi Poscritto 1), o il paternalismo educativo imprenditoriale politico, o l’equivoco ideale di patriottismo in sostituzione di un sensato legame sociale (che significa pace) fondato su una Costituzione, mentre il patriottismo è sempre stato guerrafondaio, anche con guerra civile.

Questa parola “Padre” nasce eterologa rispetto alla donna, nasce vincolata al sesso maschile, contrastata duramente dal duro equivoco della Maternità come essenza distinta dal fatto di una donna che ha concepito un bambino via vagina in utero, non in testa (“in testa” c’è solo scarrafòne, che è il test diagnostico della testa invasiva “Maternità”)

Che ci sia un solo concetto di “Padre” autonomo dai sessi è la soluzione alla sordidità nonché sordità dell’Ideale:
la differenza dei sessi cessa di fare da pretesto per il maleficio di una duplice e complice astrazione, Matern-ità e Patern-ità, un delirio poi triplice con la Sessual-ità.

“Padre” significa favore, favorevole, dal verbo attivo transitivo “favorire”, senza discriminazione preliminare tra favorito e sfavorito ossia universalmente, e senza per questo fare dell’egualitarismo ossia rinunciare a preferenze proprie, insomma se esiste anche lui si tratta e si fa trattare con favore:
favore è introduzione all’universo in quanto fonte di beneficio:
ma capisco che, a queste condizioni, uno possa credere di concludere che “Padre” designa un impossibile (o per qualcuno una sciocchezza).

In ogni caso, da molti anni sono interessato ai concetti prima che al lessico, e al lessico nel suo legame con i concetti:
non getto via il lemma “Padre”, ma se dovessi rinunciarvi non ne farei una malattia:
c’è malattia quando non vi si può rinunciare.

Freud ha dato di questo fungibile nome il concetto generico di principio, o Costituzione, della consistenza (giuridica poi logica) di una Comunità di persone ordinata al beneficio di ognuno, cioè tutte le specie di affare.

Affare?, tutti sanno che cosa significa, spremere il limone:
meglio, spremere l’uva, per ricavarne un prodotto che in natura non esisteva neppure potenzialmente, il vino, metafisico rispetto all’uva (o “metapsicologico” ossia la metafisica di Freud filosofo).

Dunque “Padre” è lo stesso concetto di “Padre nostro”, e non c’è altro Padre (al papà, idem alla madre indistintamente, potrebbe semmai riuscire un paio di volte in vita sua):
ecco perché lo recito sempre, anche da miscredente.

É come miscredente che sono credente, in che?, non voglio ripetere, certo non in “Dio”:
“Dio” non permette di ragionare, è fatto apposta per questo, invece la terna Padre-Figlio-Spirito è abbordabile, me la vedo io foss’anche per rispondere picche logiche perché questa terna non sta (logicamente) in piedi.

Ordinamento per gli affari
− e poi matrimonio come SpA, da quanti anni ne parlo? −,
è il concetto di eredità progressiva, il gatto, non il mulino o l’asino:
da tempo faccio apologia del Gatto con gli stivali (Straparola, Basile, Perrault, Grimm):
è lui il Padre benché in versione ancora così-così (perché non ha un profitto personale).

Un tale Ordinamento non è, bensì è posto:
in questo modo acquista senso – non dico necessariamente fede – che una rivelazione abbia asserito che a un tale Ordinamento presiede una persona avente personalità giuridica individualmente come Padre:
non l’astratto geometrico cerchietto dantesco che rinnega la rivelazione, “incarnandolo” nell’immagine di un barbuto Signore sulle nuvole barocche (vedi Nuvole, lunedì 21 settembre 2009).

Se un Padre esistesse personalmente, gli verrebbe da ridere se qualcuno lo chiamasse “Dio”, tutt’al più potrebbe sopportarlo solo come rozzo soprannome da osteria di trogloditi del pensiero (almeno gli Ebrei non hanno sofferto di questo trogloditismo):
vedi Poscritto 2.

Due poscritti

1. La figlia immolata da Jefte (che corrisponde sommariamente a Ifigenia) chiede due mesi per “piangere la sua verginità”: leggendo il testo si vede che piange la sua non-“perdita” della verginità. Rinuncio a tutti i commenti che seguirebbero, già fatti peraltro (intorno a “tabù della verginità”).
2. Aggiungo che un logico dedurrebbe (il mio è un modesto esercizio da Padre della Chiesa):
che se si è dignitosamente incarnato il Figlio, pari agli altri due, allora perché non dovrebbero farlo anche il Padre e lo Spirito con lo stesso profitto del primo?
Non lo dico io ma la premessa biblica: se l’uomo è “a immagine e somiglianza di ‘Dio’ ”, non c’è poi inconveniente per la dignità di quest’ultimo se ne prende il posto: posto non sembianza(“docetismo”).

 

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