PLATONE PERVERSO: POI I “VALORI” E I DIRITTI UMANI

Sabato domenica 11-12 settembre 2010
in anno 154 post Freud amicum natum

 

Un mio visitatore mi ha gentilmente stampato da un sito tedesco una pagina che affianca alla canzone di teste e ciliegie (lunedì 6 e venerdì 10 settembre) una vignetta in cui le ciliegie sono disegnate come teste impiccate al ramo da cui pendono:
ho dunque il piacere di osservare che il pensiero che ho illustrato è stato pensato anche da altri.

Teste e ciliegie, “cose” o “enti”, sono pensate come morte perfino prima di venire recise:
salvo poi, tardivamente, decidere che non bisognerebbe recidere quelle cose che sono le teste per il loro valore superiore o “assoluto”, l’assoluto del cimitero.

Recidere una testa è recidere un agente negli effetti dei suoi atti:
per questo ha torto B. Pascal definendo l’uomo “una canna pensante”, cioè una ciliegia con una proprietà additiva, come in quella vecchia favola per cui “Dio” un bel giorno inoculerebbe l’anima nel corpo:
l’uomo è interamente nell’atto (anche nella passività), non è cosa, canna o ciliegia magari con “dentro” una scintilla divina.

Ecco la rivoluzione di Freud rispetto all’intera tradizione del pensiero:
“pulsione” significa la legge o articolazione (in quattro articoli) o pensiero degli atti o moti del corpo, così che il corpo è res senza essere cosa:
il cadavere è tutto cosa senza res.

Platone è stato il perverso preliminare:
infatti la sua Teoria del linguaggio come nomi di cose
− una Teoria di cui realismo e nominalismo sono solo varianti benché litigiose su cattedra universitaria −,
rende futili i nomi quando sono invece e finalmente nomi di azioni , futili o caricaturali come ha fatto H. Daumier in Le bon mot dell’avvocato:
ecco il disprezzo platonico, poi kantiano, per il Diritto.

Nell’ontologia (i nomi come nomi di cose) l’omicidio − teste come ciliegie − è nella premessa, salvo poi e solo poi “salvare” le cose-teste religiosamente o laicamente con tanto entusiasmo per i “diritti umani”:
ai quali non sono contrario, ma so che arrivano tardivamente, spesso troppo tardi.

Buona occasione per pensare al valore − sì ma quantitativo − del tempo:
che ne è di un appuntamento cui si arriva tardi?, e il ritardo è un’azione, di cui la rimozione è un caso particolare.

Platone ha avvelenato, come scriveva Derrida.

Va da sé che per Platone i discorsi, cioè i più articolati, materiali ed effettivi degli atti, sono preliminarmente esenti da imputabilità (premiale o correttiva):
Alcibiade (Simposio) lo dichiara con filosofica gigioneria:
oggi sono ubriaco, domani potrei rinnegare ciò che ho detto oggi (poi idem S. Kierkegaard in In vino veritas).

La mia distinzione quanto al linguaggio è stata condensata molti secoli fa nella distinzione tra generato e creato (genitus non factus).

 

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