IUS VERBUM DONNA ISLAM

Tra l’articolo di ieri (“compagno”, Comunismo), quello di oggi e quello di lunedì (Ius caro factum est), si tratta sempre della stessa dimensione come dir-mensione, secondo l’ottimo gioco verbale di J. Lacan:
senza l’intelligenza di questo gioco, non si capirà mai nulla della psicoanalisi, della sub-ordinazione di questa al pensiero, e dell’illimitatezza disciplinare di questo, cui è ostile quella Cultura che ci ossessiona suddividendo l’esperienza in sfere:
ossia rendendoci politicamente inetti.

Nell’articolo di lunedì, Ius caro factum est, ho tolto il verbum o logos dallo status antigiuridico e maligno dell’Idea, cielo che si incarnerebbe in terra:
un cielo frettoloso a lasciare la terra secondo il docetismo, quello per cui l’incarnazione stessa è una finzione educativa (il già ricordato semblant lacaniano):
solo il diritto non fa-finta, e ciò perché viene posto, conditum e condendum.

Il risibile e doloroso “miracolo” da baraccone divino della finzione pedagogica docetista, è impagabilmente condensato da Dante in quella Beatrice che “par che sia una cosa venuta dal cielo in terra a miracol mostrare” (secondo me Dante sfotteva già, e in ciò era un moderno):
un sarcasmo ripetuto dall’insopportabile mammina e maestrina della Commedia, la quale almeno in Beatrice è una farsa:
viene da prenderla a pedate, non come donna ma come farsa di donna:
anche Dante le dà una pedata, insomma se la toglie vendicativamente dai piedi:
“Ov’è ella?”, ma sì “nel terzo giro” insomma in terza fila a chiudere finalmente il becco [1], Par. XXXI, 64 e 67.

Leopardi ha diagnosticato la farsa di “La Donna” come idea delirante persecutoria o “pensiero dominante” nelle fronti maschili, non in quelle femminili almeno all’inizio:
alla fine però una donna può indossare “La Donna” come “La Madre”, e passare così a persecutrice reale:
ho capito tardi come abbia potuto un celebre prete mio amico passare a tradurre il pensiero delirante “La Donna” come “il Verbo”, insomma non gli è andata bene.

Il docetismo
− o il Barocco, “la vita è sogno” ovvero “non è vero niente” ovvero “educhiamoli” −
è la pura religione, con sovrapposizione di “puro” e “vero”:
Lacan sbagliava qualificando il cattolicesimo come “la vera religione” perché esso, pur presentandosi come religione da quasi due millenni, fortunatamente è religiosamente impuro:
la pura-vera religione è l’Islam.

La pura religione si formula anche:
il senso è  religioso, e in definitiva occultista, contro il senso come senso del moto.

Il celebre titolo di Agostino, De vera religione, si addiceva non al Cristianesimo ma all’Islam:
il Profeta ha avuto … ragione, lo ha capito e se ne è approfittato perché è un fatto che Agostino aveva lavorato per lui, come ha fatto più tardi Anselmo d’Aosta, che ho già chiamato “il primo cristiano islamico” (i contributi cristiani all’Islam sono più numerosi).

Non ci sono tre religioni ma una sola, l’Islam:
ebbene, lasciamolo solo, senza la risibile favola ecumenica dei tre anelli, anche nel suo avere già semiconquistato l’Occidente:
questo infatti è già avanzatamente docetista (faccio un solo nome: M. Foucault), come aveva inteso bene J. Lacan quando diceva:
ma insomma, possibile che non esistano che discorsi di pura finta o semblant? (Dun discours qui ne serait pas du semblant, Seminario 1971).

Come si può confutare l’Islam?, non si può:
lo dice l’Islam stesso fino a arrabbiarsi di brutto, con intolleranza reale sì ma solo secondaria a quella logica:
così come non si può confutare La Religione:
è solo possibile che il bisogno nervoso di religione cada in pacifica desuetudine:
lo aveva già fatto Gesù come ebreo, esente dalla religione come da “La Donna”, ma nessuno lo è stato a sentire, durante o dopo:
esente anche da innamoramento e ontologia, sempre come ebreo, ossia i tre caposaldi freudiani.

Oggi il mondo è suddiviso tra docetismo irreligioso (fin che dura), con un laico molto debole
− debole non è il pensiero ma il laico moderno −,
e docetismo religioso-islamico.

Il docetismo occidentale non da ieri  ha già fatto progressi … religiosi:
la Scienza come letteratura, la Psicoanalisi come letteratura (sono cose che si leggono ormai ai quattro cantoni).

Rimenziono il caso dell’esposizione di casi d’analisi:
dove ne sta il reale?, ossia il soggetto come agente, sin-tattico:
ci aveva già messi sulla strada Freud con il concetto di “realtà psichica” (psychische Realität), una realtà che resta tale perfino nel “fantasma” ossia Teoria presupposta, per la durezza ferrea con cui tiene comunque:
prima del fantasma, la vita psichica o pensiero è reale perché è vita giuridica, cioè posta con il concorso dell’io, non sintetico ma ordinante, anche al costo patologico di dis-ordinare.

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[1] Mi pare di averla già paragonata a una militante comunista del passato che, al ritorno da una missione diligentemente compiuta, viene ricollocata al suo posto burocraticamente configurato, ossia una “compagna” mai compagna:
Dante è stato così moderno da prefigurare il mio “Compagno” di martedì 22.

mercoledì 23 giugno 2010

 

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