NON AMO I MIEI FIGLI

però può accadere che sì.

Non amo i miei figli, e non amo i bambini, non sono pedofilo come quel feticista di Ivan Karamazov:
vero che Erode non era un prodigio di virtù, ma almeno non “amava” i bambini, andava pazzo per le fanciulle in fiore, e esperte:
da tempo preparo qualcosa su Salomè, esperta a lungo.

Quanto ai miei figli, sono quelli che ho riconosciuto come miei eredi (rapporto giuridico non dono), anzi è per questo che sono miei figli.

Sono miei eredi in tre “cose”:
1. in almeno una frase ben fatta, well formed, vorrei più d’una, che ho rivolto loro,
2. nei quattro dollari di cui posso disporre,
3. nel non essere stato intellettualmente indecente con la mia compagna (moralità significa decenza intellettuale, non censura):
ossia in generale nel buon trattamento che riservo loro negli appuntamenti quotidiani (l’abbraccio o il contatto non è un segno dell’amore, a volte lo può seguire), e in quelli successivi, a babbo vivo prima che a babbo morto.

Se poi, da piccoli o grandi, mi fanno corrispondenza ossia rispondono non a-tu-per-tu bensì all’eredità (dunque corrispondenza come supplemento non complemento), allora spendo la parola “amore” per designare questo fatto.

Da parte loro non hanno alcun dovere di amarmi, e se cercassi di imporglielo li maltratterei, ossia li disamerei e disarmerei.

Quanto ai bambini in generale, inclusi i miei figli da piccoli, essi mi e ci offrono un supplemento senza che lo sappiano (e ciò è normale), e forse senza che lo sappia io (e ciò non è normale ma è il caso più … normale):
mi offrono il film vivente e quotidiano di ciò che io sono stato prima che mi si imponesse il regime della censura (Teoria, Idea), e della rimozione che ne è la prima conseguenza.

Nel non saperlo, o peggio nel non volerlo sapere, li tratto come non pensanti e ignoranti (è l’idea corrente di educazione o pedagogia, che il bambino sia una tabula rasa), e questo è il disamore che dolosamente chiamo, mentendo, “amore”.

Entro il regime dell’appuntamento con i miei figli (il più spesso quotidianamente ma, perché no?, potrei essere spesso in viaggio), può darsi quel nuovo accadere che è stato chiamato, bene o male, “Edipo”, che significa il pensiero coniugale come proto-eredità.

Proprio questo pensiero nell’“Edipo re” di Sofocle era già andato male, per indebita sottomissione della sovranità alla psicobiologia mamma-bambino, piccoloborghesia già antica (patente in Giocasta nella forma della banalizzazione):
che cos’è mia madre, si dice con buon senso il bambino, se non una donna con un uomo?, dai quali è venuto tra l’altro il mio personale composto biochimico.

Dico pensiero coniugale, ossia una corrispondenza, come si dice, di “amorosi sensi” – l’unico caso di amore precedente ma non presupposto -, che lascerebbe ben sperare se di regola l’“Edipo” non andasse male proprio come nell’idiota vicenda di “Edipo re”, con il suo seguito in Antigone.

“La Madre” – non dico affatto una donna con figli – lo vuole morto, in quanto è la morte stessa del pensiero coniugale.

Nelle analisi incontriamo l’“Edipo” solo malandato, ma anche così ha lasciato tracce come i resti di Troia, distrutta dall’inganno dai Greci.

martedì 11 maggio 2010

 

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