LA FROTTOLA DEL “MALE DI VIVERE”

Se ne dicono tante, ma questa è tra le più grosse, e va forte a tutti i livelli:
non uso affatto alla leggera la parola “frottole”, perché siamo più soggetti a queste, indipendentemente dal livello culturale, che agli errori degni di questo nome:
ma nell’essere tanto bestie almeno ci differenziamo dalle bestie, un punto per noi!

Questa frottola è anche la più antica, a firma di Platone e Buddha:
il primo ha giocato la carta truffaldina della materia, iniquamente imputando questa che è, non dico innocente, ma semplicemente ingenua, un antefatto in attesa del suo futuro anteriore produttivo del fatto:
l’essere non è ma sarà-stato, in virtù di un atto:
rinuncio, per il semplice buon senso di non perdere altri millenni, a far diluviare qui la Storia della filosofia.

Non potrei mai dubitare dell’esistenza della materia, ma questa esiste allo stato di materia prima come fatto, cioè di primo frutto del lavoro, dapprima sempre intellettuale (ne ho parlato a proposito della vinificazione):
essa è suscettibile di elaborazione ulteriore o seconda, proprio come per ogni frutto dell’intelletto.

Una buona idea lo è per il frutto che darà, le Idee platoniche non sono buone idee perché non danno frutto:
ma a Platone non piaceva il lavoro, la sua filosofia dell’essere era una filosofia schiavista, con ontologia a finale occultista (c’è chi lo chiama, bontà sua, “mistero”).

La “valle di lacrime” non è la frottola del “male di vivere”, è l’angoscia:
che a sua volta non è “condizione umana”, o “vivere” come mal-vivenza in sé (Kierkegaard) – invece i malviventi esistono -, bensì un prodotto, come affetto, con un suo modo di produzione (descrivibile e descritto).

Io non faccio proselitismo né psicoanalitico né cristiano – quest’ultimo ha tenuto banco a lungo, anche nella sua versione interna detta “educazione”, con risultati non lusinghieri -, allorché osservo:
che il concetto di guarigione di Freud è quello di caduta del modo di produzione dell’angoscia, l’unico male (benché utilizzabile o l’angoscia come “segnale”) che ci sia nel vivere come tale;
che il concetto finale di salvezza di Gesù – non faccio il cristianuccio – è che si può vivere (“in eterno”) senza male di vivere o angoscia:
in caso diverso la Rivelazione ci avrebbe rivelato il Sommo imbecille che “ascende al cielo” solo per continuare la valle di lacrime che sarebbe incarnata in lui se ci fosse un “male di vivere”.

Che l’Imbecille sia nel Nirvana?, bum!

mercoledì 12 maggio 2010

 

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