I DUE STATUTI DELLA VITA QUOTIDIANA

Supplemento a ieri

 

L’articolo di ieri è una Summa, per la vita quotidiana anzitutto.

Ciò che vi ho scritto è un truismo, insomma non devo sfondare una porta aperta:
infatti definisco salute mentale quella di chi vive bene ossia secondo il Regime dell’appuntamento o del rapporto per il profitto, giuspositivo sempre sanzionatorio, giuridicamente permesso perché né proibito né comandato dal Diritto corrente:
ebbene, un tale soggetto già vive quotidianamente secondo due Statuti, quello civile (2° Diritto) e quello, ancora più … civile, del Regime che sta a lui attivare (1° Diritto):
quando essi si correlano nella loro distinzione abbiamo Civiltà, non la “Civiltà” del disagio freudiano:
la Civiltà è con-posta (non si tratta, come sempre si è creduto, di consenso).

Agli occhi di molti la porta sembrerebbe già aperta se adducessi come prova i due dichiarati Statuti di Antigone:
il 1° quello non giuridico delle “leggi non scritte degli Dei”, il 2° quello dello Stato o di Creonte:
ma questa è solo un’apparente facilitazione che ho sempre respinto:
perché essi, indubbiamente distinti, si irrelano, e quando si correlano è per la guerra civile, salvo appunto non correlarsi mai grazie alla distinzione banalizzante tra privato (sentimenti morali) e pubblico (diritto):
io distinguo invece due Statuti ambedue giuridici, correlati in pace, anzi la pace è la loro correlazione.

Ma per la legge di Murphy si rotola a commettere l’errore di credere − con cedimento nella salute mentale − che si tratti non di un 1° Diritto ma di vita “privata”, un errore cui un pessimo linguaggio politico tenta ognuno:
coloro che vivono bene hanno chiaro il loro 1° Statuto, che in caso estremo libera dalla schiavitù anche lo schiavo.

Termino con il caso del matrimonio:
il matrimonio è un patto tra persone con uno Statuto civile da 2° Diritto (negozio giuridico), ma volesse il “cielo” che i coniugi ci mettessero loro un 1° Statuto autonomo, non meno civile e civilizzante:
quando lo fanno (quando?) non tendono a divorziare, tutt’al più si tengono alla larga (e fanno bene perché in ogni caso non è il contatto a fare rapporto).

Uno dei grandi rotoloni cristiani, specialmente cattolici, è consistito nell’incapacità di attuare il “sacramento” come un 1° Statuto associato a quel 2° Statuto che è il matrimonio civile, finendo per fare del sacramento la crema religiosa sulla torta civile:
rammento o informo che questa idea della crema religiosa è ufficialmente un’eresia, diffusissima allo stato pratico benché non professata ufficialmente.

Il cristianesimo è venuto meno o s-venuto proprio a quello che avrebbe dovuto essere il suo successo più prezioso, il legame o coniugio tra l’uomo e la donna, che sappiamo non essere mai andato bene, o peggio (quando non-va-e-basta − e non parlo affatto del celibato − ecco pronta la pedofilia):
un sintomo di questo mancamento è stato l’assurda discussione più che millenaria su quale vocazione fosse superiore, quella coniugale o quella celibataria:
poiché non c’è limite al peggio, si è arrivati all’idea di “debito coniugale”.

La “Società Amici del pensiero” pubblicizza quel truismo, l’oggetto della censura:
questa censura non il piacere ma il principio, nel suo titolare.

venerdì 14 maggio 2010

 

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