AMICIZIA AMORE DIRITTO

Queste tre parole stanno sulla stessa linea, anzi piano, ma chi lo pensa senza amicizia del pensiero?
Ho appena avuto un’utile conversazione (direi con chi) a proposito della “Società Amici del pensiero”.

Osservo che una simile idea di amicizia (vedi testo statutario) non era ancora stata formulata e promossa, salvo il caso di Freud come il primo amico del pensiero nell’ordine dei tempi:
a Freud, che vi ha aspirato, non era però ancora riuscita la concezione di una tale Società.

L’amicizia, quella del pensiero, precede e condiziona l’amore affinché questo abbia senso e significato ossia esistenza.

Chi ha mai pensato l’idea di considerare giuridico l’amore?, cioè secondo il regime dell’appuntamento che chiamo 1° Diritto.

Eppure posso inferire con certezza che per un momento essa è stata pensata, benché poi subito negata:
la inferisco dalla “virtuosa” veemenza con cui essa viene rifiutata, in nome dell’automatismo del solito innamoramento, della naturalità dell’amore genitoriale, nonché della corrispettiva gratuità non meno automatica (ancora innamoramento) dell’amore divino.

Il pensiero vive di solo permesso, nulla lo obbliga e nulla lo proibisce, se non una censura proditoria anteriore alla violenza:
1° è il concetto stesso di normalità, mentre la patologia è coatta secondo comando o proibizione;
2° è il concetto stesso di diritto, se preso nella sua parte maggiore ma disertata, quella del permesso giuridico in quanto questa parola designa tutto l’ambito sociale del non proibito e del non comandato.

Delitto e inibizione si distinguono sì tra loro, ma co-incidono nel loro cis-gredire il permesso:
mi … permetto questo neologismo dopo tante storie fatte sul “trasgredire”:
se esistessero dei trans-gressivi, questi lo sarebbero nel permettersi a partire dal pensiero:
il pensiero non domanda permesso già nella domanda, perché una domanda ben fatta è un caso di permettersi senza permesso di farla (piatire non è domandare).

Nella conversazione suaccennata si trattava di ciò che io oggi, e implicitamente da anni, mi permetto, e altri con e come me:
cioè di fondare nell’ambito del permesso giuridico (ciò che non è né obbligato né proibito) una Società di 1° Diritto, la “Società Amici del pensiero”, con Statuto insindacabile salvo proibizione dal Diritto civile statuito (non è questo il caso)
− non dico una Chiesa né una Massoneria bensì, come l’ho già chiamata più volte, una Mattoneria (vedi articoli precedenti) −,
che si fa supportare, in tutte le esigenze civilistiche, da una Associazione di 2° Diritto, quello comunemente noto:
penso all’Associazone “Studium Cartello”, che in nuce nel suo Preambolo preludeva già alla prima, ma oggi le due istanze devono distinguersi nella loro copresenza e correlazione:
infatti diritto non è spiritualismo, irrelazione.

E’ la novità in cui mi cimento e cui invito, ed è una vita che lavoro per questo a ogni livello:
so che questa è indubbiamente una novità giuridica quanto alla consuetudine, ma che nessun potere giuridico ha il potere di censurare, se è giuridico.

Rammento ancora l’ironia soft di Freud quanto al buon 2° Diritto inglese
− in cui, scriveva, sono libero di parlare, di scrivere, ma “quasi dicevo pensare”: Freud la sapeva lunga −,
insomma sapeva distinguere l’esprimere dal nutrire:
nel 2° Diritto la libertà è quella dell’esprimere (quando va bene), nel 1° è quella del nutrire, che nessun “Diritto umano” saprebbe difendere e neppure concepire (ed è meglio così).

Converrebbe che il liberalismo nelle sue varianti cessasse di essere regime di monopolio sulla libertà:
conviene riconoscere che la libertà come pensiero, oltre la libertà di pensiero, oggi esiste appena in tracce.

In un mondo in cui la disoccupazione dipende sempre più dalla diminuzione della necessità del lavoro salariato, e non obbligatoriamente dalla crisi economica, l’Amicizia del pensiero potrebbe generare occupazione, e forse anche incremento del PIL:
ammetto che ho poche prove a favore di ciò e mi accontento di una deduzione imperfetta, anzi solo di una congettura:
che traggo dal fatto che tutta la patologia, come sottrazione di massa al regime dell’appuntamento, è e produce diseconomia.

Crudamente osservo che in fondo il lavoro socialmente necessario ha una fondamentale ambiguità:
sappiamo troppo bene che serve al piatto in tavola aut morte di fame, ma anche maschera ossessivamente una fondamentale disoccupazione.

Certo non mi basta pensare a una nuova plebe romana con i suoi clientes e i suoi Tribuni della plebe.

Segnalo ancora che i multiformi “Paradisi” hanno tutti affannosamente cercato di immaginare un mondo privo di angoscia per il tempo disoccupato.

giovedì 13 maggio 2010

 

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