PASQUA-PULSIONE

[L’articolo che segue è il precedente seguito da un Supplemento.]

Nell’inventare
− o scoprire?, discussione non troppo interessante: in fisica la massa è invenzione o scoperta? −
la “pulsione”, Freud non ha fatto certo l’esegeta biblico, cioè non ne ha fatto una metafora dell’Esodo e della Pasqua ebraica, poi e diversamente Pasqua cristiana:
nella pulsione orale però mantiene identico il pensiero o nesso tra patto o legame sociale soddisfacente-salvifico, risolutivo, e il cibo.

Nè inverto la direzione della metafora, semplicemente la Pasqua è pulsione orale.

Collego “salvezza” con soddisfazione perché, senza questa, quella non è una parola seria, o peggio:
sono anche più severo con la parola “felicità”.

La portata sociale e temporale della “pulsione” in Freud è non minore di quella della Pasqua,
contrariamente a molti psicoanalisti che l’hanno ricondotta all’interiorità, come pure hanno trattato lo “psichico” come interiore:
ma da quando in qua una legge di moto, scientifica o giuridica, è interiore?

Chi ha la pulsione orale?:
la Bibbia − l’artificio più antico − predestina a ciò gli Ebrei, e chi altri?:
vedetevela con l’ “ardua sentenza”, o saremo sempre dei “posteri”?
Non crederemo davvero che tutti l’abbiano per natura
– assicurata dalla natura come dallo Stato o dalle Assicurazioni -,
la pulsione non è natura bensì artificio proprio come l’Edipo, beato chi ha l’una e l’altro.

Nell’anoressia mentale
− il primo fenomeno della quale è il ritiro dalla tavola ancora prima che dal cibo −,
viene meno il legame sociale patto-cibo, ossia il legame sociale come legame a tre (almeno) e non a due (innamoramento) o a massa (carne da macello o macellaio senza io).

Poi, anzi prima, dalla tavola viene ritirata la mente, ossia l’anoressia è davvero e anzitutto mentale.

L’amore è essere trattato bene, e proprio nel nesso patto-cibo:
ognuno sarà poi ingannato, a partire da bambino, quando sbucherà fuori da un buco mistico la parola “amore” come presupposto al nesso patto-cibo:
nesso che, in quanto buon trattamento, è il solo caso in cui la parola “amore” può ricorrere onestamente.

Tra cibo e parola (come fatto materiale, non la mistica “La Parola”), c’è simultaneità temporale con prossimità sensoriale, come tra bocca e udito.

Supplemento

All’articolo precedente e qui riprodotto, aggiungo questo supplemento.

Ho appena scritto: “Semplicemente, la Pasqua è pulsione orale”, e questa può essere servita bene o meno bene, proprio come si dice servire il pranzo, e spesso i commensali non si rendono conto che anch’essi lo servono a seconda del loro prender parte.

Vale per essa la metafora di Voltaire, “Bisogna coltivare il proprio giardino”, che ha sollevato l’entusiasmo di Freud:
ora, il giardino può venire coltivato bene o meno bene.

Non voglio fare dotte disquisizioni tra Pasqua ebraica e cristiana, ma soltanto un’osservazione semplicemente linguistica su ciò che è accaduto un momento prima della seconda.

Vi è accaduto il cannibalismo, e precisamente quello voluto da Gesù anche lessicalmente (mangiare la sua carne, aggravato dal bere il suo sangue!)

Più persone si sono scandalizzate al mio uso della parola “canni-balismo” ma non era proprio il caso, la parola è proprio questa e “non  c’è santi …”.

Come ho fatto sopra per “pulsione”, seguo ancora il filo del pensiero ossia del concetto, qui quello di “mangiare la carne”:
sappiamo che la dottrina cattolica si è spesa nell’elaborare la “transustanziazione”, e ciò mostra la sua serietà nel voler prendere le cose al modo reale e non simbolico.

Ripeto quello che dico da anni, che non esiste “capire” se non è capere, mangiare intellettualmente, recipere, e quasi non ricordo più quando ho introdotto amore e intelletto insieme come modus recipientis.

Si tratta di prendere sul serio il pensiero, cosa sconsigliatissima e combattutissima, oggi più di ieri:
io sono diventato cannibale con l’udito, quello che ascolto mangio:
sarà poi il mio metabolismo intellettuale a discriminare tra ciò che merita il mio assenso e ciò che no, niente censura preventiva che è invece il modo dominante di “capire”, che lascia ignoranti e anche cretini.

La pulsione freudiana è intellettuale, e conoscete voi qualcosa di più intellettuale del cibo kosher o casher?, e della preparazione della Pasqua ebraica?:
la storia del cristianesimo ha subito perso l’intellettualismo (Geistigkeit lo chiamava Freud a proposito di Mosè), fino al colmo di configurare il vizio di intellettualismo (in gioventù ne ho sofferto).

Tornerò sul vizio di considerare un vizio la curiositas.

Noi cristiani siamo sempre stati cattivi giardinieri, dato che l’“essenziale” non era mai il giardino, che prima di tutto è la frase, l’acqua del pensiero:
il cibo non è l’essenziale della pulsione orale − è la corretta obiezione anoressica −, ma con-pone il patto o legame sociale come un articolo insieme ad altri articoli.

Mi considero uno che ha mangiato il corpo di Cristo, che era un forte intellettuale, perché ho mangiato il suo pensiero, con assenso invece che dissenso:
constato la diffusa anoressia anche rispetto a questo pensiero.

L’individuo è la san(t)a sede del patto, come io-pensiero-corpo.

Lo End dell’Esodo è il pensiero, terra promessa ma non desiderata.

Così parla uno psicoanalista.

PS.

Qualche spiritualone che si crede cattolico potrebbe digerire  ciò che scrivo, adducendo il motivo che io in fondo ho parlato della vecchia buona agàpe mistica:
ma non cè agàpe senza eros, e proprio per questo Freud ha considerato sessuali tutte le pulsioni:
invece la pedofilìa è asessuata, il che a taluni potrebbe sembrare una virtù (“angioletti!”, ossia il pensiero del pedofilo barocco e postbarocco cioè odierno).

martedì 6 aprile

 

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