IL RE DELLA BRIANZA: LA SUPERBIA E L’INFERNO

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Ho dato appuntamento a questo brianzolo, raccomandatomi da un conoscente, descritto come depresso:
ho già detto che un depresso è un deprimente mascherato da depresso, magari convinto (anche dagli psichiatri):
mi accusano di crudeltà mentale.

All’ora convenuta non ho sentito suonare, però dal mio terrazzo ho potuto vederlo fermo di fronte al citofono per almeno un quarto d’ora:
un altro quarto d’ora dopo nessuno squillo alla mia porta sita al primo piano, le cui scale richiedono trenta secondi, un minuto per i posapiano e gli ingessati.

Recatomi ad aprire dopo una ventina di minuti, l’ho trovato lì fermo, senza risposta alcuna alla domanda sul perché non avesse suonato.

Il colloquio è stato breve perché non mi ha detto quasi nulla, a parte nome cognome numero di matricola, e la diagnosi psichiatrica di depressione.

Insomma nessun bussare affinché gli fosse aperto (vedi “Spazzatura religiosa d’insieme, e peggio. ‘Pregare’ ”, sabato-domenica 10-11 aprile).

Ecco l’idea grottesca di re del re della Brianza, quella per cui gli si dovrebbe andare incontro senza che bussi:
mi sono subito “visto” i suoi Ussari che abbattono la porta.

Superbo è solo il re della Brianza che non bussa-lavora:
i Re non sono superbi, e malgrado il professionale fasto e il loro spesso sporco mestiere hanno sempre saputo che se non lavorano gli fanno la Fronda:
il Re non è mai nudo (ci tornerò).

Come altre volte, invito ora il lettore a lavorare anche lui, ossia a prendere carta e matita per elencare tutte le varianti di non-bussare che osserva:
ne troverà diverse, ivi compresa la sua, fino ad accorgersi che c’è poco da ridere sul re della Brianza che è solo una delle varianti:
ce ne sono molti, ossia pochi sovrani.

Il lavoro è un bussare che non inizia dal “rimboccarsi le maniche”, un detto che contempla anche le botte:
il lavoro inizia dalla testa.

C’è formalità giuridica del bussare:
significa fare appuntamento, non querulare.

Psicotico e perverso non vogliono lavorare, nella psicopatologia lavora solo il nevrotico benché in perdita.

L’appuntamento, il più gradito e affinché lo sia, è lavoro:
anche nel fare l’amore, quando va bene, c’è lavoro, corrispondere all’altro che corrisponde, fino a non sapere più “chi ha cominciato per primo”.

Invece il pedofilo non vuole lavorare neppure per il sesso, ed ecco i bambini pronti nella sottomissione pedagogico-“amorosa” come presupposto:
ecco perché c’entrano i preti, seviziati per primi dalla coppia pedagogia-amore, diciamo da Beatrice (“Dulcis in fundo”, martedì 13 aprile):
ed ecco perché nella pedofilìa en arkè èv e méter.

Bussare fa economia:
bussare fa diritto(-appuntamento), poi economia, prima dell’appello ai “Diritti”:
in ciò gli extracomunitari docent.

Chi non bussa in eterno va all’inferno in eterno, senza giudizio e con risparmio di carbone eterno.

Il motto del re della Brianza:
“Piuttosto niente!”

giovedì 15 aprile 2010

 

THINK!

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