GIORNALISMO, CENSURA, POTERE, AMORE

Sono sempre stato sostenitore di Massimo Bucchi, questa volta però gli rivolgo un appunto.

Ha appena scritto la battuta:

“É che l’informazione sta entrando in clandestinità”
(Repubblica, mercoledì 21 aprile).

Non nego certo l’odierna esistenza della censura circa l’informazione così come intesa dalla modernità, legittimo Quarto potere:

“É la stampa, la stampa, bellezza, e tu non ci puoi fare niente, niente!”
(Humphrey Bogart in “L’ultima minaccia”, 1952).

Ma alcuni anni fa un autorevole americano (Philip Meyer) ha poi fissato una data prossima (2043) della fine della stampa:
se così dovrà essere non farò battaglie perse.

Noi tutti veniamo da una censura che veniva prima dei “Poteri” di censura, una censura che provvede lei a definirli come Poteri, dunque Poteri in libertà vigilata:
la censura prima dei Poteri, ecco ciò di cui l’informazione ha sempre difettato, anche perché i Poteri non ne sapevano niente, con l’eccezione giornalistica di Freud, cui io sto cercando di dare un modesto seguito giornalistico (“Think!”):
quante volte ho parlato dell’impotenza del Potere?:
clandestino (l’“inconscio”) resta il potere con la minuscola, così censurato che nessuno lo nomina.

Negli anni ’70 quando iniziava a esistere la nostra stupida “Sinistra”
– frutto della cancellazione del nome di Marx, alla quale è seguito il piagnisteo sinistro-pretesco sui poveri -,
è stata sistematizzata la distinzione “privato”/”pubblico”:
… ho provato un senso di ribellione, e non mi andava affatto che il privato diventasse pubblico solo perché si esibiva in piazza il privato culo con tanto pride.

Il senso stesso della mia vita è diventato questo, che “politico” significa pubblico in qualsiasi forma di pubblicità, e senza interiorità:
il mio pensiero più personale è il mio pensiero più pubblico, che anni fa ho chiamato “pensiero di natura”.

La mia amante sa che le mie dichiarazioni amorose gliele rivolgo in pubblico, ed è la mia amante perché lo sa:
poco importa se nessuno ci capisce, in ogni caso ciò che dico è rivolto a ognuno dei presenti, altrimenti non sarebbe amoroso per lei

venerdì 23 aprile 2010

 

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