TESI SULL’ESISTENZA DELL’AMORE

Due lunghi millenni

 

Prendo in mano questo libro, “Tesi sull’esistenza dell’amore” del danese Torben Guldberg (2008, Longanesi 2009), un regalo di mesi fa.

Esso si fa presentare dall’esergo:
“Sono stanco. E’ stato un lungo millennio”, di Scott Martingell.

Al momento non ne riassumo il contenuto, che corrisponde al titolo:
in esso si prende partito (“tesi”) per l’esistenza dell’amore senza certezza di una tale esistenza
(ometto la considerazione dello schema teologico in forma pascaliana, la “scommessa”).

Il libro designa un fenomeno – il fenomeno di un non-accadere – immenso, mondiale e storico:
l’autosconfitta iniziale e continuata del cristianesimo proprio a proposito dell’amore:
Scott Martingell è stato più moderato di me, io di millenni ne conto due.

Mentre Gesù rivoluzionava l’amore
– rammento che “Rivoluzione” significa mutamento della Costituzione -,
proprio quell’ “amore” precedente, l’innamoramento, che cominciando come “amore” finisce sempre facendo la guerra (epicamente quella di Troia),
invece la storia del cristianesimo lo conservava identico a quello di prima, salvo poi operarvi la patologica scissione basso/alto, terreno/celeste, carnale/spirituale, umano/divino:
con il che anche “Dio” finiva dannato, almeno come un “Dio” ossessivo e ossessionante che ama-ama-ama-ama-ama-ama-ama-ama …, ossia il ritornello insensato dei preti:
esemplare del “significante” lacaniano separato dal significato o concetto, ossia del parlare senza sapere quel che si dice:
il significante non è solo religioso (specialmente oggi), ma le religioni ne fanno man bassa.

Gesù non parlava affatto di esistenza dell’amore, semplicemente perché non lo presupponeva ma lo poneva
– proprio come si dice “diritto positivo” cioè effettivamente posto -,
ed è in quanto posto, quand’anche poi rinnegato o disertato, che può acquistare esistenza (la coppia giuridica validità-efficacia).

L’“amore” precedente si configura, né come esistente, né come non esistente, né come amore non “autentico” (le solite stucchevolezze sull’autenticità), ma esistente in quanto sostitutivo, in sostituzione di quello posto:
nel lessico preferito da Freud – che è ancora il migliore benché io lo rinnovi -, noi conosciamo l’amore nei suoi sostituti nevrotici o perversi:
“normali” sostituti perversi sono sadismo e masochismo, confluenti nell’educazione o pedagogia quando è imposta al principio, non sub-ordinata a un principio (individuale, non di gruppo o massa).

Non è poi così strano che l’iniziale passo falso sull’amore si realizzasse poi, per esempio nell’amore dei bambini o pedo-filia, nel plateale passo falso reale della pedofilia:
logica fa realtà, falso logico fa realtà sgangherata, la nostra.

Non faccio prediche, richiamo soltanto ciò che dico da anni, che Gesù vincolava l’amore agli affari, o al profitto, o al successo (a partire dall’essere uomo come affare-profitto-successo, incredibile!):
ossia una cosa molto impura – interessata e appassionata – se si prende a sistema di riferimento la “purezza” kantiana:
cui si è convertito il preteterno:
tutti ecumenicamente seminaristi del Seminario mondiale di Kőnigsberg.

In fondo, per riprendersi basterebbe il realismo del riconoscere l’elementare verità che nell’amore noi chrétiens siamo subito stati dei crétins, ossia che peccavimus:
e via con l’amore come innamoramento, materno, donativo, sacrificale, caritativo, pedagogico.

Il sesso ne è fatto-fuori, nella purezza o lutulenza a pari (de-)merito.

É comprensibile la diffusa disistima per il cristianesimo, specialmente cattolico, anche da parte di quelli che ci restano.

mercoledì 24 marzo 2010

 

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