LA GRANDE GUERRA SULL’IO

Sabato domenica 27-28 marzo 2010
in anno 153 post Freud amicum natum
Lettera a Eugenio Scalfari
La Grande guerra sull’io

 

Stimato Dottor Scalfari

mi dolgo di scriverLe non tempestivamente:
in ogni caso, intendo stimato per ciò che ha scritto, essendo Lei pervenuto univocamente a riportare tutto Freud nella sua calcolata complessità (nessun termine o ente praeter necessitatem) alla questione della “centralità” dell’io (non mi occupo ora della preferibilità tra lessico prenewtoniano o newtoniano).

Ne convengo, e sono pochi a convenirne:
diciamo che Freud è intervenuto pacificamente (ossia per la pace, parola che dovrebbe acquistare il massimo rilievo post-hobbesiano) in quella che chiamo la Grande guerra sull’io, entro e aldilà delle Grandi guerre novecentesche (rammento che Freud ha anche scritto del Presidente T. W. Wilson contestandone l’opera di pace).

Devo ricorrere alla telegrafia.

É della massima importanza logica accorgersi che Freud non ha scelto “Società” (Gesellschaft) bensì “Cultura” (Kultur), distinguendole precisamente (risparmio le sue fonti d’epoca e la bibliografia sull’argomento):
e nella Cultura si può mettere di tutto, anzi tutto e il  contrario di tutto, ed è in questo “contrario” che sta la Grande guerra sull’io, come guerra civile di ogni tempo sì, ma soprattutto moderna e contemporanea.

Quel bravo “Superio” – per niente bravo: correttamente J. Lacan lo chiama “osceno e feroce” – sta non nella Società ma nella Cultura (detta anche “il Simbolico” cioè la palude dei contrari non dichiarati, sadici e odiosi).

Va annotato che Freud non ha affatto scritto “Il disagio della Cultura” (diciamo pure “Civiltà” per ora) bensì, e cambia tutto, “Il disagio nella Civiltà”, quello che ho appunto chiamato Grande Guerra, che tale è come intrinseca alla Cultura (non alla Società), e come guerra sull’io:
quale guerra?, e rispondo, la guerra affinché l’io non sia “Signore a casa sua”, e quale è la casa dell’io se non il pensiero?:
l’io deve essere esautorato, delegittimato, dal pensiero ossia da ciò che sarebbe eminentemente suo (proprietà privata?, rimando la discussione).

Freud usa la parola “Cultura” in due accezioni anzi direzioni non confondibili:
la prima per designare il disagio, quello che io chiamo Guerra civile sull’io;
la seconda per designare il proprio lavoro, che chiama “lavoro di Cultura(-Civiltà)”:
Freud definisce la psicoanalisi un “Kulturarbeit, wie die Trockenlegung der Zuydersee” (la bonifica dello Zuydersee).

Introduco ora una nuova parola:
Freud vuole un io titolare (ossia giuridico e non solo grammaticale) di pulsione e corpo, due termini che Freud unifica perché “pulsione” significa legge di moto del corpo:
non esistono i sassi se non nelle leggi di moto dei sassi, altrimenti sarebbero dei sassi mistici, e il sasso mistico è storia moderna del pensiero (Swedenborg):
io titolare significa legislatore, o meglio co-legislatore, di tali leggi di cui egli dovrebbe essere, così vuole Freud, il primo competente (“dove era es – mancanza di soggetto titolare nonché grammaticale – devo venire io, wo es war soll ich werden”).

Il conflitto (quanto alla titolarità dell’io) è nella Cultura, non nella Società, se questa è ciò che, spero, vorremmo, ossia Ordine giuridico valido per ognuno con tutti gli altri:
la pace, conclusione senza resti della guerra, sarebbe il nesso, o legame sociale completo, tra questo Ordine giuridico e la giuridicità della titolarità dell’io.

Lei ha ragione a riconoscere socialità, e non anarchia né selvaggità, nell’ es e nella pulsione:
un io titolare dell’es lo sarebbe di autonome e già sociali leggi (di movimento) del corpo.

Freud individuava nella “massa” o “gruppo” il nemico, nella Cultura, della titolarità dell’io:
che esso sia anche nemico della Società come Ordine giuridico, è stato non accademicamente ma sanguinariamente dimostrato da due delle grandi Culture di massa (in senso freudiano) del secolo scorso, fascismo e nazismo, che hanno messo le mani sulla Città (ricorda certamente F. Rosi) più di Camorra e Mafia.

Non sono indulgente con ciò che è stato perpetrato dal Comunismo (di cui Freud si è molto occupato criticamente, sto per pubblicarne un’antologia), ma la sua terribile strada o spirito o Geist non era quella della dissoluzione dell’io nella massa o “identificazione” (scriveva Engels che “Il Comunismo è il massimo di individualismo nel massimo di collettivismo”).

Freud (vorrei poter dire “noi psicoanalisti” ma non posso) è pienamente sociale sui due versanti della giuridicità (società, io), e quanto alla Cultura si situa da una parte e non dall’altra, quella che è ostile all’umanità e in particolare a lui:
Freud è simultaneamente e solidarmente Amico dell’individuo e della Società.

Ahinoi, nella nostra era noi abbiamo beatificato come un tutt’uno la Cultura, credendoci laici per questo, e non era proprio il caso:
c’è, quando c’è, l’io titolare del proprio pensiero movens, colto e laico, e c’è la Cultura come il campo in cui la sua titolarità e competenza è perennemente disputata, con violenza oppure con amorosa violenza (“violenta caritas” diceva un medioevale celebre).

Descartes, meritorio quant’altri mai nell’articolazione grammaticale “io penso”, non era pervenuto alla loro articolazione giuridica, la titolarità appunto.

“Gruppo” o “massa” sono l’altra parte o partito della Cultura:
non ci sono “gruppi ammalati”, la malattia è il gruppo stesso, socialità avversa all’io e alla Società.

Quanto a me, riservo “Civiltà” alla risoluzione della guerra di Cultura, a costo di non sperarci affatto:
che sia il “Regno dei cieli”?, ma in ogni caso non è una faccenda di fede o di religione, niente illusione.

Nel nostro Paese, la roba e robaccia che vi sta succedendo è Cultura che droga Società e individui, qualcosa di peggio del “populismo”.

Dr Giacomo B. Contri
Presidente dello Studium Cartello-Il Lavoro Psicoanalitico

Milano, domenica 28 marzo 2010

 

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