LA TEORIA DI UNA MANCANZA (II)

J. Lacan, “La méprise du sujet supposé savoir”, Scilicet 1, 1968

 

[L’articolo di ieri ha tardato: lo ripropongo oggi non per risparmiare le mie forze, ma perché è tra quelli cui farei tenere il cartellone a lungo.]

L’onnipresente Teoria di una mancanza è quanto-mai attuale in anni in cui non si parla che di crisi economica, e in cui più scrittori collegano questa come generale a una crisi non meno economica personale:
significa, come Teoria, che si parte sempre e comunque dalla povertà.

Lo si pensa e fa senza neppure accorgersene, rammento per esempio quanto frequentemente oggi come ieri un adulto, vedendo un bambino piccolo, esclama magari sorridendo compiaciuto “Povero bambino!”

Ho anche un motivo personale di fare oggi giustizia della Teoria di una mancanza, perché nel mio caso come in quello di molti miei coetanei, essa ha invaso la mia giovinezza in forma esplicita, affermata e beatificata:
fino allo pseudo-dogma che “Dio” doveva esistere in forza della medesima Teoria, come ineffabile sommo tappa-buchi, poverodio! come si dice poverocristo!
ma i non credenti, o diversamente credenti, a loro volta hanno poco da ridere nelle diverse forme di imposizione in loro della medesima Teoria stampata in testa.

Prima di una citazione, annoto che è osservabile da ognuno non solo che questa Teoria esiste “in testa”, ma anche che il suo modo di esistenza è quello di un “deve”:
essa deve ritrovarsi a tutti i livelli.

É ciò che già annotava J. Lacan almeno dal 1968, quando scriveva:
“Una teoria inclusiva di una mancanza che deve ritrovarsi a tutti i livelli”, “Une théorie incluant un manque qui doit se retrouver à tous les niveaux” (cit., p. 40):
ricordo per quanto tempo sono rimasto nell’incertezza, per finalmente escluderlo, se considerare la psicoanalisi una tale Teoria [1].

Pensare che lo sia, ecco l’errore massimo, di cui sono venuto a capo grazie al passaggio al diritto e al pensiero inividuale come anzitutto giuridico, giuspositivo, e all’uso della parola “superio” per designare il contrapposto antigiuridico Cielo delle Teorie presupposte:
quelle della Mancanza, dell’Amore, del Bene, della Giustizia, … che non producono né amore né bene né giustizia ma soltanto mancanza come miseria materiale e psichica o intellettuale.

La  storia della psicoanalisi è storia di una continua e insistente tentazione a questo errore massimo.

Ma allora era tutto da rifare, rifare tutte le  mappe  come già mi sono espresso, un lavoro pacifico e mai trafelato o insoddisfatto.

Almeno Marx prima di Freud faceva eccezione:
per lui la povertà non è un punto di partenza, per gli individui come per i governi nella politica economica.

Precedeva il detto:
“A chi ha sarà dato, a chi non ha sarà tolto anche quello che ha”:
delle due l’una, o il detto è buono o dovremmo anche noi gridare “Crucifige!”

PS (lunedì 18 gennaio)

La Teoria di una mancanza è il massimo attacco al pensiero perché è fatta della sua medesima pasta (tornerò sulla metafora della pasta, con la distinzione tra grano e zizzania):
essa de-realizza il pensiero assegnandogli il compito di conoscenza del reale, una vecchissima brutta Storia:
il pensiero con-pone, non meno reale, il reale del moto dei corpi, anche a costo di porlo male come malattia, sorte comune:
il reale è organismo come le gambe del suo pensiero legislativo.

___________

[1] La mia prima entrata in campo psicoanalitico, nel 1972, prendeva come esergo questa frase di J. Lacan: “Nozioni fondamentali nella teoria della struttura di J. Lacan”, in: “Cahiers pour lanalyse”, Boringhieri, Torino 1972, pp. 244-289.

Milano, 18 gennaio 2010

 

Su questo sito molte funzionalità sono rese possibili dall’uso di cookie (tecnici o di terze parti) che vengono installati nel Suo dispositivo.
Per l’uso dei cookie di terze parti abbiamo bisogno del Suo consenso: per sapere quali usiamo e come gestirli può leggere la nostra COOKIE POLICY e decidere liberamente quali attivare o come bloccarli; in questo caso alcune funzionalità potrebbero non essere più disponibili.