YOUNIVERSITY (II)

Ho sempre apprezzato la pubblicità, e oggi ho trovato una ennesima conferma del suo merito:
infatti ho appena visto la pubblicità di un Vodafone detto e scritto “YOUniverse”.

Naturalmente il pubblicitario non sapeva di pubblicizzare una idea di Università come Youniversity, quella della competenza universale della mano (you) che lavora di carta-e-matita,
e lo fa avendo come materia di notazione e di sapere, un bene come bene-ficio, cioè appunto notabile come un accadere, in certi casi anche quantitativamente contabile come i talenti della parabola.

L’idea di Università  che promuovo è quella di Università (della parabola) dei talenti elaborati da soggetti-Universe,
– ossia non sono loro i talenti o risorse -,
avente per motto “L’albero si giudica dai frutti”:
in cui la quantità è di un momento solo, mentre la qualità è ubiquitaria, sia nelle diverse qualità della materia trattata, sia nell’epilogo, soddisfacente perché aldilà del compenso, e forse pensabile anche in assenza di questo.

Facciamo ora un’esercitazione, quella di trattare a carta-e-matita, universitariamente, il compenso o salario definito come l’equivalente della prestazione:
sappiamo bene che per i più è un’equivalenza strozzina, per alcuni pochi invece un po’ … gonfiata.

Inizio dalla conclusione:
il salario è prostitutivo come tale per il principio di equivalenza retributiva su cui si fonda, come è appunto il caso particolare della prostituzione:
ma non si tratta di promuovere i diritti umani della prostituzione come anch’essa lavoro salariato (molto democratico!), bensì di riconoscere nella prostituzione l’esplicitazione, solo apparentemente singolare, della natura prostituiva di ogni prestazione salariata:
è sempre di corpo, di prestazione corporea, che si tratta.

La prestazione “sessuale” non interessa affatto al prestatore, ma solo al cliente:
è questo a prelevare dal corpo del lavoratore la prestazione “sessuale” (virgolette):
il rapporto è perfettamente astratto dallo specifico contenuto corporeo della prestazione, basta che si tratti di corpo generico venduto a ore sul mercato del lavoro.

So bene che il mio rovesciamento
– non più la prostituzione come lavoro salariato, ma il lavoro salariato come prostituzione –
non va “bene” a nessuno, ma le cose andrebbero meglio se come verità andasse bene per tutti, universalmente.

La prostituta
– ma anche il prostituto in tutte le varianti, tra le quali quella recentemente magnificata anche in TV del transessuale -,
vende corpo generico, non per amore (ridicolo!), ma a ben vedere neppure per sesso.

Vende un corpo che il cliente e lui solo interpreta, non il venditore:
– c’è perfino il cliente che “lo” interpreta come amore, bontà sua (e di Fabrizio De André, celebre cantautore dell’illusione),
– ma in generale lo interpreta come “sesso”, secondo il suo fantasma, o Teoria soggetto-oggetto, di ciò che è sesso in movimento, certo non natura perché la natura è frigida, non fa sesso come l’uva non fa vino
(non ho affatto detto che solo il fantasma dà movimento ai sessi, proprio come non dico che è il fantasma a fare produrre e bere champagne):
al prostituto, femmina o maschio o combinazioni, l’interpretazione del cliente è indifferente, irrilevante riguardo alla specifica parte del suo corpo generico rilevata dal cliente stesso come provvisorio datore di lavoro per un equivalente.

Il prostituto non è definito da ciò che vende, ma solo dal sapere intorno a una certa classe di interpreti fissati, almeno così credono, sugli organi sessuali:
vero che il prostituto potrebbe avere la medesima fissazione, ma non vi è tenuto e non ne è definito:
e se anche avesse tale fissazione, non potrebbe chiamare “rapporto” il traffico interno alla fissazione (ridicolo! bis), ma solo il rapporto generico e astratto prestazione-retribuzione.

Ripeto, la prostituzione è del corpo non del sesso:
c’è un sapere popolare al riguardo, quello in cui si dà della p… a qualcuno che vende asessualmente i suoi favori politici o intellettuali, ma è un sapere senza il sapere del rovesciamento:
a proposito, anche la prostituzione comunemente detta è asessuale, nella prostituta per indifferenza, nel cliente per fantasma.

Ho appena dato un esempio di carta e matita:
se l’alfabetizzazione avesse come grado zero – e lo ha – carta-e-matita, andrebbe annotato che il nostro mondo è restio a staccarsi dall’analfabetismo:
ecco un altro esempio di carta-e-matita.

Ci si potrebbe perfino chiedere (curiosità puramente logica) perché prostitute-i non diventano psicoanalisti (è escluso):
ma quel che è certo è che lo psicoanalista non è una prostituta (benché sia frequentemente sognato tale):
la sua ricompensa, se è psicoanalista, non è il compenso che riceve e correttamente esige:
e non considera il sesso come una ricompensa.

Circa il carattere asessuato della prostituzione corrente, possiamo aprirci la strada con un altro atto di carta-e-matita:
l’esperienza del consumatore di pornografia è asessuata perché la sua è semplicemente un’esperienza mistica, “Ancora! Ancora!”:
la più celebrata parola della pornografia, quella che inizia con f…, designa niente di meno che l’Oggetto mistico, ineffabile, infinito, insoddisfacente.

Questi esempi possono estendersi all’intero scibile, fino a definirlo:
è scibile tutto ciò che è trasferibile su carta a mezzo di matita con la mano, cioè quello YOU che è l’unica sede, nonché san(t)a sede, dell’universo:
ho appena dato un altro esempio di carta-e-matita, la definizione di sano e santo uniti:
l’uno e l’altro come sede unica dell’universo e dell’Università:
sappiamo – ancora carta-e-matita – che sani e santi scarseggiano, non le risorse.

PS

1. In anni come i nostri, in cui si aggrava e stabilizza la tendenziale riduzione della prestazione corporale retribuita, o disoccupazione, con rischio di morti di fame, qualche cinico verbale potrebbe ragionare che perlomeno è aumentata la virtù per riduzione della civiltà prostituiva del lavoro, donde il quesito:
che cosa non va in questo ragionamento?, o anche:
quale errore ha fatto la mente senza porre mano alla matita?

2. Ecco sistemata – capitalisticamente – la maschia classe operaia, disposta in modo da vendere liberamente sul mercato del lavoro la propria forza-lavoro cioè il corpo, ridotto a prole-tario:
sappiamo che Marx aspirava alla rivoluzione del corpo proletario:
il Comunismo non è stato all’altezza:
il gruppismo-massismo fascista poi nazista inclinava invece per una coperta deriva omosex.

Milano, 27 novembre 2009

 

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