UBI BENE IBI PATRIA: IL PASSAPORTO (II)

[Nuovo appunto in vista del Colloquio di domani, si veda l’articolo di ieri.]

Diritto è carte in regola:
ma quello che tutti chiamiamo così, e lo è, non è il primo ad averle.

Il regime giuridico dell’appuntamento inizia precocemente, nel bambino, ma fino all’“Edipo” ancora non è fatta.

Con esso “è fatta!” come si dice della carta d’identità, o del certificato di maturità o di laurea:
è fatta quanto a disposizione-dispositivo dell’amore implicante i sessi senza obiezione di principio per la loro differenza e per la generazione:
e ancora, implicante i sessi come esenti da una presupposta causalità naturale (quella brava “concupiscenza”!):
esso non è natura ma cultura colta:
dovremmo avere ormai riconosciuto l’ignoranza necessitata dalla Cultura.

Nell’“Edipo” il bambino approfitta della famiglia non spezzandola ma utilizzandola per forgiare il modello stesso, prototipo, della relazione amorosa illimitata quanto alle sue possibilità:
diciamo che uomo e donna (non papà e mamma) sono stati per il bambino le formali navi-scuola (che maniera di parlare!), più per merito del bambino, al fine di trarne una forma priva di obiezioni per la materia (differenza dei sessi, figli):
“forma” significa senza fissazione alle persone, e meno ancora ai loro ideali.

I genitori si distinguono tra amici o ostili all’“Edipo”.

È degna di nota la castità del complesso edipico, e proprio nel suo non essere “dalla cintola in su”:
esso colloca la vita sessuale tra le due sponde del non necessario (non causato-non prescritto-non preteso-non istigato), e del non proibito.
è l’obiezione di principio a inventare l’ossimoro corrente necessario/proibito:
pochissimi nuotano in tale fiume:
come tale l’“Edipo” è appunto casto non in-cestuoso:
non c’è in-cesto che nella sua assenza.

Possiamo anche paragonarlo a un passaporto per l’universo come l’ambito dell’appuntamento, senza il limite del gruppo famigliare, del gruppo tout-court:
con l’“Edipo” sono in regola tutte le carte dell’appuntamento.

L’unica obiezione pertinente che io abbia sentito al “complesso edipico”
– una scelta verbale comprensibile, ma viziata dal fatto che nell’ “Edipo re” esso è già in versione patologica -,
è di J. Lacan:
Freud sarebbe stato ottimista nel promulgare come fatto-fatto un tale felice accadimento psichico (psychisches Geschehen).

L’obiezione non è infondata:
infatti lo incontriamo disfatto, nelle sue macerie – le carte si sono sregolate in corso d’opera -, e in alcuni reperti archeologici del sogno:
a questo esame di maturità risultiamo tutti bocciati da una Commissione iniqua.

Molti psicoanalisti sbagliano di grosso a diagnosticare come attuale il complesso edipico:
se i loro pazienti l’avessero sarebbero guariti:
si potrebbe dire che l’analisi serve, se non a farglielo venire, almeno a farglielo rinvenire:
è da esso che siamo s-venuti, istericamente e in ogni altra forma psicopatologica.

L’“Edipo” per-feziona l’adagio “Ubi bene ibi patria”.

La questione generale di questo Colloquio è la distinzione, con correlazione, di due Diritti:
nulla a che vedere con l’interdisciplinarità.

Milano, 23 ottobre 2009

 

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