DISOCCUPAZIONE (I). LA PRIMA, O “CHE FARE”?

Da tempo raccolgo materiali sulla crisi economica, in quella sua costante menzionata da tutti che è la disoccupazione:
che sempre meno sembra essere quella dei “bei” tempi andati, che poi “passa”:
meglio cominciare a prepararsi a ogni evenienza.

Ma ora prendo tempo, non per perderlo ma per riscattarlo:
partendo dal ricordare la prima dimenticata dis-occupazione, per le indicazioni che può dare per la seconda, l’unica che a torto e con danno occupa la nostra mente, i giornali, i discorsi politici e economici:
come in ogni ambito, partiamo con il ritardo di un primo tempo censurato, handicap universale.

Molti sono riusciti a ricordare il primo disagio del bambino riguardante il suo moto, a cinque-sei-sette anni:
in questa seconda era della sua civiltà egli inizia, da un momento all’altro, a domandare “che cosa faccio?”, “che fare?”, mentre fino a prima era occupatissimo in tutto ivi compreso a fare niente (senza pigrizia).

Si è così insinuato, come l’antico serpente o il venticello della calunnia, un nuovo principio, un principio astratto di dovere anzi di dover-fare, un imperativo cieco indeterminato quanto alla meta (mi è cara l’espressione tedesca “unbestimmt wo”) ma severo fino alla ferocia nell’esigere a ogni costo soddisfazione nell’insoddisfazione:
esso sostituisce-usurpa quel principio di soddisfazione o profitto che Freud aveva chiamato “di piacere” proprio come principio autonomo dalla lista o menu dei “piaceri”:
in quanto menu senza principio ci fa anoressici o disoccupati nel suo intero campo.

L’usurpatore è un principio di dis-occupazione mascherata dal fare, e dal verbo “fare” oggi ossessionante (“fatti non parole!”) in vece di politica:
è dunque corretto il prefisso “dis-” come in dis-agio che correttamente in inglese significa malattia, dis-ease:
nel principio sopravvenuto di occupazione abbiamo poi ricominciato col piede sbagliato.

Nell’imperativo del fare non è difficile riconoscere l’angoscia, che si declina anche come noia:
quanti bambini hanno invidiato gli animali perché non si annoiano mai?

Non ho la presunzione di trasformare in predizione l’ipotesi di partenza (una disoccupazione non destinata a passare):
mi sembra però bene non trovarsi impreparati, cioè equipaggiati del solo disagio o handicap della domanda, patologica nella sua imperativa parzialità, “Che fare?”, con la sua fretta progressivamente e organizzativamente ritardataria.

Termino per ora con un giudizio nitido del comprensibilissimo J. Lacan (che prendeva spunto dal “Che fare?” di Lenin):
“Domanda ‘Che fare?’ solo colui il cui desiderio si estingue” (Ne demande Que faire?’ que celui dont le désir s’éteint”).

Milano, 02 ottobre 2009

 

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