“DIRITTO” ALLA FELICITÀ

Si riveda ieri, i “diritti” all’amore, alla salute psichica, alla libertà di pensiero.

La parola “felicità” è una parola malata, ma per questa volta non sarò schizzinoso e la userò anch’io:
per denunciare subito come piattamente irrealistica l’idea che la felicità dipenda dallo Stato e dal Governo (sorvolo sulla storia del pensiero utopistico e sulle sue varianti):
si può solo aspirare a un regime che abolisca per quanto gli è possibile gli impedimenti, anche materiali, alla competenza individuale in materia.

Non c’è Nemico peggiore di chi vuole provvedere alla mia felicità – “diritto alla felicità” –
scollegandosi dal collegare come partner la sua alla mia:
togliere ostacoli mi sembra già molto, posso anche aggiungere costruire strade:
ma in ogni caso non predisporre mete, né le loro strade.

Quell’idea è anche una sorta di peccato universale.

Ma non era un’idea del politeismo (greco e latino):
in fondo il politeismo non è mai esistito:
gli Dei rappresentavano noi stessi in molteplici varianti, e tutti in difficoltà con la felicità malgrado l’assenza di ostacoli materiali.

Piuttosto è un’idea del monoteismo (secolarizzato in seguito), nella sua Teologia provvidenziale della felicità di tutti assicurata, e conosciuta, da uno (o da un comitato nell’Utopia).

Poi Gesù ha scompaginato l’idea monoteistica:
ciò che mi interessa di Gesù, fede o non fede, storicità assodata o discussa, è l’asserzione implicata nel darlo vivente in saecula saeculorum come uomo:
“uomo” significa partner di altri uomini:
ciò equivale a dire che la sua felicità in saecula saeculorum è affar suo, cui provvedere con iniziative proprie, appuntamenti, senza potere-volere aggiudicarsela “per definizione” o per “essenza” con la scusa di essere Dio:
già S. Paolo annotava che egli non procedeva deduttivamente dalla propria divinità come premessa preziosa.

Un uomo singolare certo – innocenza e consistenza unite -, ma uomo come noi la cui felicità è affar nostro in ogni caso, quand’anche fossimo assistiti gratuitamente e gratamente:
ma il nesso innocenza-consistenza è affar nostro, come l’infelicità della loro sconnessione.

Del resto l’idea di un Dio felice in sé non mi sembra molto rispettosa per lui, dato che lo iscrive nella dementia praecox di E. Kraepelin (schizofrenia) trascrivendola come dementia aeterna:
è già stato scritto di un Dio-Narciso (schizofrenico), non compatibile con l’essere tre, uno dei quali per soprammercato è un uomo:
bisogna riconoscere, fede o non fede, che il Credo cattolico tratta di salute psichica, incrementato dal dogma più tardo che vuole una donna, detta “Assunta”, entrata nella compagnia:
ovviamente non come mamma quantunque eterna, visto chi sono gli altri (niente Sacrissima Famiglia).

Poscritto

Accetto il concetto di “secolarizzazione” solo come successiva a un momento precedente di clericalizzazione, già discosta rispetto a ciò che clericalizzava(-religiosizzava):
era già una secolarizzazione (“mondana”):
secolarizzazione dell’uomo:
bestemmiato in continuazione fin dall’infanzia “felice”.

Milano, 27 ottobre 2009

 

THINK!

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