IL “PADRE NOSTRO”: UNA QUESTIONE DI LOGICA

Non è infrequente che il “Padre nostro” arrivi al divano, come è appena capitato al mio non per la prima volta, riguardo alla frase “Sia fatta la tua volontà”.

Uno psicoanalista dovrebbe occuparsi soltanto di frasi, ossia essere un logico fino a un punto cui la storia della Logica non si era spinta prima di Freud (la serie contraddizione-omissione-sistematizzazione dell’omissione):
messi di fronte a tale frase gli psicoanalisti, benché generalmente miscredenti, diventano mollaccioni, o se vogliamo “ecumenici”, facendo distinzione tra fede (che non toccano) e patologia (ridotta a clinica), anziché prendere la frase come frase, ossia fare il loro mestiere quanto al suo senso.

In quella frase, di sensi se ne trovano due e nessuno buono:

1° Sembrerebbe una frase da soldato o militare, che in effetti è lì proprio perché sia fatta una volontà anteriore e superiore:
nulla da ridire, ci mancherebbe solo che i soldati, che rispetto proprio come soldati, facessero di testa propria (eccezioni a parte):
tuttavia non è vero che è una frase da soldato (della specie domanda o preghiera), perché il soldato sa già che questa volontà arriverà, e che lui sta lì proprio per farla, e dunque che non deve affatto domandarla (a parte il caso di soldati fuori di testa come tanti altri);

2° per arrivare a un senso che tenga bisogna escluderne un secondo e micidiale:
quello di quei dementi pericolosi che domandano il senso militare della frase anche per la vita civile:
sono quei pazzi furiosi che hanno fatto intimamente propria l’Utopia di Platone o Tommaso Moro:
per inciso, si osserva che in quella del Moro “Dio” è fatto-fuori perché la volontà è quella di un Comitato centrale, e tra Comitato centrale e “Dio” c’è un conflitto mortale.

Tolti questi due sensi, ne resta uno che sia buono?, parlo di bontà almeno logica della frase:
rispondo di sì, anzi è quello primario, che gli altri due hanno secondariamente lo scopo di annullare:
premetto che un tale senso è già noto a tutti, ma non lo si … pensa, come tutto ciò che è stato primario (per il pensiero stesso).

Il caso più noto, non unico, di questo senso è un atto:
la domanda di finanziamento rivolta a una Banca:
viene domandato che la volontà della banca avvenga, fiat, si faccia, ossia si costituisca come volontà di erogare il finanziamento:
che è finanziamento di una iniziativa del domandante-postulante-orante:
se la Banca si fa volontà per il finanziamento non è perché è ontologicamente buona,
– e tutti sanno che non lo è, e aggiungo che non lo deve essere, fallirebbe con tutti i suoi postulanti -,
ma perché valuta la bontà della domanda in forma e sostanza.

Diverse altre entità possono prendere il posto della Banca.

Niente proibisce che la Banca prenda lei l’iniziativa, ossia che l’offerta preceda la domanda (ma non è ciò che succede almeno oggi).

Si evince facilmente il concetto di “Padre”:
è quello di fonte del finanziamento dell’iniziativa per il frutto:
rammento ancora che J. Lacan osservava che “Il Padre di Freud è il ‘Padre nostro’ ”.

Il “Padre nostro” è sempre stato confuso con il Capo militare ideale, “buono” per definizione, che fonde anzi con-fonde militare e civile, o con la Banca “buona” solo in ordine al fallimento:
con la sola differenza di non fallire solo perché le sue risorse sono infinite:
ed ecco “Dio” come il nome dello spreco infinito, Babbo natale dal sacco infinito per un Natale eterno (Teologia fallimentare).

Questo errore di noi cristiani si è poi trasmesso all’Islam, dando a noi cristiani l’attenuante di non essere i soli a commetterlo (parliamo di “radici cristiane” dell’Islam):
in queste cose gli Ebrei hanno sempre fatto parte a sé, e hanno fatto bene.

Milano, 26-27 settembre 2009

 

THINK!

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