DONNA FACILE E GIUSTIZIA ECONOMICA

Informato sull’attualità ritorno, senza timore di ripetermi, sul tema della donna facile, già noto a chi mi ascolta:
1° mi piace la donna facile,
2° non mi piace la donna facile.

Salvo sospettare per accanimento che io sia sprofondato nella demenza, mi si può concedere almeno per un momento che io abbia usato l’aggettivo “facile” in due accezioni opposte, una delle quali mi piace mentre l’altra no perché priva di facilità.

Sono stato preceduto di una ventina di secoli da qualcuno che ha distinto tra donne facili (“pronte”) e donne non facili (non “pronte”):
le prime le ha chiamate anche “vergini”.

Naturalmente le prime erano pronte per il Signore in arrivo:
che non è un Signore se non se ne intende:
se ne intende perché sa distinguere tra facili e facili:
le prime non hanno il tabù della verginità, proprio come il Signore, che è tale proprio perché non lo ha:
non ha il vizio del tabù.

Questo tabù è un vizio anzitutto maschile.

La prostituzione maschera, peraltro debolmente, la non-facilità:
non me ne vogliano le prostitute, ma anche loro lo hanno:
quando poi si convertono alla virtù, non fanno che portarlo alla luce con soave durezza (pugno di ferro in guanto di velluto).

Quelle che non hanno il vizio del tabù sono delle vere … Signore.

Tale tabù ha incidenze antieconomiche, osservabili micro- benché ancora da calcolare macro-economicamente.

Milano, 08 luglio 2009

 

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