PROCESSO D’APPELLO

É un caso di processo d’appello ogni cura, o trattamento, che la storia delle parole usa chiamare ancora “psicoanalisi”:
mi piacerebbe che anche questa parola del nostro gergo mestierante “saltasse”, per conservarla solo in nota a pié di pagina al fine di continuare a dimostrare l’aderenza anche letterale a Freud:
la lettera freudiana, privilegiando la frase sul singolo lemma, rimane preziosa.

Nell’articolo precedente ho condensato, non dico anzitutto benché anche, la mia critica a J. Lacan, della cui “doppiezza” parlo da anni:
in subordine al lavoro che mi è toccato di fare, e ho avuto l’onore di fare, per venire a capo di ciò di cui lui non era venuto a capo:
l’imputabilità, la giuridicità dell’atto anzitutto di pensiero.

E dire che proprio lui mi ha messo sulla strada del presente articolo, con i suoi antecedenti, osservando che un’analisi è un processo d’appello;
aggiungo: e dire che proprio lui ha collegato la psicosi con un fatto anzi misfatto giuridico, la preclusione (forclusion).

Malgrado questi passi e altri, J. Lacan è rimasto debitore, benché obtorto collo come ho detto, dell’odio antigiuridico della storia della filosofia a partire dai Greci:
per i quali l’essere-è-e-basta, e il pensiero, insieme al lavoro, è servo:
vero che J. Lacan è passato dall’ontologia all’etica, ma non alla giuridica di cui l’etica può essere nemica.

In questo “e-basta” esplicito la metafisica greca in quanto centrata su un’obiezione (Freud avrebbe detto una resistenza):
che è anche la Teoria dell’amore come “amare per quello che è”.

Eppure, proprio lui ha tenuto un intero Seminario sull’atto (“Lacte psychanalytique”, 1967-68), benché per dire che non c’è atto:
ma il solo fatto che abbia tenuto un tale Seminario mi ha mobilitato:

anzitutto alla ricerca dell’atto (sempre giuridico, se è atto) di cui quello psicoanalitico è solo un caso particolare, o meglio un’applicazione.

Ho dunque per-fezionato, cioè soddisfatto, J. Lacan là dove era rimasto indeciso, completandone il “ritorno a Freud” che lui aveva lasciato incompleto:
sono dunque freudiano, non lacaniano.

“Patologia” significa allora l’esito di un processo di primo grado finito male, per scorrettezza, iniquità, antigiuridicità.

Formalmente, una tale cura non è causale bensì giuridica:
in questa distinzione concettuale il massimo ausilio mi è venuto da H. Kelsen.

Milano, 19 maggio 2009

 

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