FINIAMOLA CON LA “PSICOANALISI” ! : IL COMPORTAMENTISMO DI FREUD

Con “psicoanalisi” siamo caduti in una trappola ingenuamente, dico con quell’ingenuità che non raggiunge mai l’innocenza:
scrivevo già che l’ingenuità è il primo segno, tanto “carino”, del peccato originale.

Ciò che Freud ha inventato è il comportamentismo, ma non ha scelto questa parola, preferendo la parola “psicoanalisi” perché ai suoi tempi “analisi” significava semplicemente “scienza”, e non si può dargli torto.

Un’analisi è l’invito (non comando) a comportarsi secondo una legge del comportamento (linguistico)
– legge del non omettere e non sistematizzare -,
perfettamente positiva e nuova-inedita, nessuno l’aveva mai posta nei secoli:
nulla a che vedere con l’introspezione, parola moderna per l’interiorità, meteorismo dello spirito (come hanno potuto gli psicoanalisti inventare il “sé”?).

Parlare è fra tutte le azioni quella con il più alto grado di complessità motoria.

Freud ha affidato tutto ai frutti-prodotti della sua nuova legge di moto, osservando anche la cessazione dei frutti al cessare dell’osservanza della legge.

Con questa legge positiva installava un titolare del pensiero in quanto organo legislativo.

Ma ormai era fatta, e il fondatore del Comportamentismo
– John B. Watson, 1878-1958, “Psychology as the Behaviorist views it”, 1913 –
se n’è approfittato, non solo per contrastare ma per negare il comportamentismo di Freud:
l’ha avuta vinta Watson, avendo registrato per primo il marchio.

Dico “comportamentismo” freudiano proprio come lo intendeva Watson, per il quale gli organismi biologici hanno leggi solo perché ce le mettiamo noi, cioè hanno leggi “positive” perché poste.

La contrapposizione tra i due comportamentismi è manifesta:
per Watson le leggi le pone lo sperimentatore, che è eminentemente un educatore (education):
per Freud le pone il soggetto come titolare, io, finché non viene fermato (patogenesi).

Il Cognitivismo ha poi dato il cambio a Watson nella negazione del pensiero come fonte legislativa primaria e autonoma.

Il pensiero legislativo è primariamente pacifico e perfino riposato e riposante:
legislatore del proprio moto, non aspira a fare tutto lui, non ha stakanovismo legislativo, non è un Atlante della legge, meno ancora anarchico, anzi tenderebbe a prendersela comoda, a lasciare che per favore se ne occupino altri il più possibile:
assume in proprio le leggi già poste in quanto gli con-vengano (sovranità), fino al lealismo e con tolleranza.

C’è qualcosa di simile al fare l’amore:
in cui i partner, quando sanno il fatto loro, hanno sì la gentilezza di fare ciascuno qualche mossa, ma senza estenuarsi a fare tutto:
in ciò gli uomini invidiano non malevolmente le donne, che a loro volta devono badare a non approfittarsene, insomma a non essere troppo carogne.

Nel comportamentismo antifreudiano il soggetto(-io) non deve essere legislatore:
anzi, deve-non esserlo:
è a ciò che, unicamente, si applica la censura.

PS

Ho già sostenuto che il soggetto-io legislatore trova “naturale” con-venienza, con la propria opera legislativa-giuridica, nella Costituzione in quanto giuridica
– salvo il caso di articoli non giuridici di questa, o il caso di una Costituzione radicalmente non giuridica, come nell’Utopia platonica poi perfezionata da Th. More -:
un pensiero siffatto ha una Costituzione più ampia di quella italiana, che ha “scaricato” gratis come da Internet.

Milano, 21 maggio 2009

 

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