SENZA FAMIGLIA, CON “EDIPO”

Domenica sera 19 aprile una donna e un uomo (qui non importa se compagno o marito) hanno abbandonato i tre bambini in una pizzeria e sono scomparsi.

Molti, giornalisti compresi, hanno fatto i soliti commenti isterici (“orrore!”) e ignoranti.

A me il fatto di cronaca ha subito rammentato le novelle d’infanzia, anzitutto dei Grimm, in cui genitori alla soglia della fame mandano i figli nel mondo (per esempio nella foresta) per non vederli morire di fame come accadrà a loro di lì a poco (c’è corrispondenza con la cronaca):
perlomeno, questa coppia li ha lasciati in un locale pubblico, ossia con la certezza dell’assistenza.

Un giorno questi figli, se gli andrà bene (nella testa intendo), non ne vorranno a questi uomo e donna.

Insieme, mi ha rammentato di avere desiderato, nella mia infanzia, qualcosa del genere, favorito in ciò dalle numerose e ripetute letture delle suddette novelle:
ma non era un desiderio da romanzo famigliare, meno ancora da romanzo pedagogico (“Senza famiglia”, Hector Malot 1878).

Mi ci sono voluti anni per riconoscervi il desiderio di essere figlio, ossia non della famiglia ma dell’“Edipo”, ossia di discendere da una terna valida universalmente, passaporto per ogni confine:
un Padre (principio di eredità, identico nei due genitori), un uomo e una donna (non papà e mamma),
che poi è una quaterna implicante me stesso.

Ricordo una discussione con F. Fornari, in cui io sostenevo la distinzione formale, e ricca di conseguenze tanto quanto la confusione, tra famiglia e “Edipo”.

Da lungo tempo faccio osservare che anche Edipo, Giocasta, i due figli e le due figlie, confondevano famiglia e “Edipo”, e che mal gliene incolse a tutti nel regno (come a tutti noi).

É solo in questa confusione che i panni sporchi si lavano in famiglia, peggio, che la famiglia è un luogo di panni sporchi, e di deodoranti chimici e culturali.

Nelle mie antiche letture teologiche apprendevo che nell’aldilà non ci sarà più famiglia:
andiamo già meglio, ma perché per almeno pensare l’aldilà continuare ad aspettare l’Aldilà?,
dato che da bambini già lo pensiamo senza teologia.

Milano, 24 aprile 2009

 

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