IL NONNO É MORTO

In una famiglia in cui era appena morta la nonna, alla nipotina è stato detto dai genitori che la nonna era partita per un viaggio e sarebbe tornata dopo qualche anno, alla luce della tipica frase-teoria famigliare che “A tutto c’è rimedio fuorché alla morte”:
da lì a poco la bambina capiva da sola l’inganno, ma ormai era fatta:
a “la nonna è morta” si era sostituita “La Morte”, un’Idea che è l’inibizione di tutte le inibizioni perché è proprio e solo come Idea che si afferma (nessuno sa cos’è).

Ricordo ancora con favore quando, al cimitero di Ivrea, da bambini giocavamo a nascondino tra le tombe, ancora meglio che un bosco.

Anni fa in una sala pubblica ho tenuto una conferenza in cui sostenevo che in un bambino non esiste il pensiero drammatico della morte, compresa la propria, in altre parole non è un pensiero traumatico:
nel dibattito prese la parola un robusto signore sugli ottanta che mi dette ragione narrando un episodio recente:
il nipotino, con cui aveva eccellenti rapporti, gli aveva chiesto candidamente:
“Nonno, quando è che muori?”

Nel bambino è netta la distinzione tra lutto e melanconia.

Quest’ultima è già presente, innominata, nell’Idea di “ciclo della vita”, che soggiace all’“Edipo re” di Sofocle:
proposta dalla Sfinge (mattino-mezzogiorno-sera), confermata da Edipo:
Edipo aveva l’“Edipo” malato, e non stupisce che sia finita com’è finita per i figli e le figlie, soprattutto Antigone, la cui melanconia ricade sulla Città in combutta con la stupidità di Creonte.

Basta un bambino per pronunciare la domanda retorica:
“Dov’è o morte la tua vittoria?”

Milano, 30 marzo 2009

 

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