BABELE, O DALLE STELLE ALLE STALLE

La stallatica espressione dice bene, più di quanto lo si sappia.

I Babeliani avevano torto marcio, perché erano caduti in … alto, il che è la vera caduta:
la superbia è creativa, è la creazione del super:
proprio di questo il Signore biblico li ha giudicati, lasciandoli cadere nel basso che essi stessi avevano creato per contraccolpo dell’avere creato l’alto, cioè una linea di divisione.

“Che cosa vi è venuto in mente?”, dice il Signore biasimando il Superio:
riconosco il mio piacere (intellettuale, che altro?) nel poter pensare così il Signore biblico.

Per la confusione delle lingue non ne servono tante:
ne basta una.

Non è una questione di correttezza né di bravura linguistica:
anche quando si è appresa la lingua a Oxford o altri equivalenti nazionali, si parla sempre un dialetto patologico, con il suo antecedente teorico non meno dialettale ubicato in “Cielo”:
ha cominciato Platone con l’abborracciata incoerenza delirante delle sue “Idee”, o Oggetti.

Reale non è Oggetto, oggettivo, oggettuale.

“Babele” è parlare i dialetti delle stelle-stalle.

Non è una faccenda di linguistica:
si tratta di legame sociale, tutt’uno con il linguaggio,
ossia del con-venire.

Stalle-stelle non (con)vengono mai.

Ho già connotato l’intera psicopatologia come le forme diverse (poche) del non-venire.

Non c’è come il mio modesto mestiere per osservare tutto ciò nella flagranza.

Milano, 27 marzo 2009

 

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