L’EREMITA E IL NAUFRAGO

Dedicato all’amica italo-americana che da oltreoceano mi interroga sull’ipotesi di un eventuale “cambiare rotta” verso la psicoanalisi:
anche come fuoruscita dal “cubicle” (stanzino) in cui lavora quotidianamente in una professione pregiata, il che non le impedisce l’aspirazione al cambiamento.

Ho cominciato col risponderle che il mio cubicle di psicoanalista non deriva dall’avere cambiato rotta:
in quanto medico, ho risolto i limiti del medico (già Freud), che dovrebbe saper riconoscere la clinica della nevrosi ma non può curarla;
in quanto economista, lo psicoanalista toglie un limite della scienza economica, malgrado la propria incompetenza nel sapere economico oggi accreditato;
in quanto filosofo, lo psicoanalista dissolve la linea di separazione filosofia/psicologia (o logica/psicologia) che opprime l’umanità da lontani quanto recenti tempi.

Inattesamente, si scopre lo psicoanalista
– in quanto un derivato dell’amicizia del pensiero –
come vocazionalmente devoto al successo di filosofia, logica, economia, medicina.

Quanto alla finanza, riconosco la mia difficoltà a orientarmi, osservo però che a livello mondiale non si orienta nessuno:
con il che la mia incompetenza diventa docente.

Da qualche anno parlo dell’eremita (di lusso se tale è), e rimando ai testi:
il suo cubicle, già chiamato cella o caverna o altro ancora (ma anche Versailles potrebbe andare), è quello dello psicoanalista in quanto il suddetto derivato:
con due accessi, all’universo e ai propri congeneri, produttore di pensieri primi (come materie prime) cui altri possono col-legarsi incrementandoli per elaborazione:
opera per lavoro produttivo.

Uno così non è senza amante.

Oggi lo individuo meglio per contrasto con il naufrago dell’isola deserta:
che potrà anche avere tutta l’isola a disposizione ma senza accessi, a parte quello irreversibile della trappola:
tutt’al più potrà buttare nell’oceano bottiglie tappate con dentro un messaggio (non elaborabile), solo perché spera e crede nelle favole infantili per adulti (oggi si dice “il sogno”, una volta “S.o.S.”).

La nostra epoca è al massimo dell’infantilismo, malattia adulta di cui i bambini sono esenti.

L’amico del pensiero – di cui lo psicoanalista è un derivato – non è mai solo, o naufrago.

Milano, 5 febbraio 2009

 

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