MEDICO: SAPERE O SADISMO

A un esame del mio primo anno di medicina un Prof., annoiato dalla serie di esami per di più al caldo, mi rivolse una domanda fuori campo:
se per me la medicina fosse una scienza:
ottenni un buon voto solo per apprezzamento della sincerità con cui risposi che non ci avevo pensato e che non lo sapevo:
la sua domanda ha poi fatto strada in me.

Ho appena dovuto rivedere dei medici all’opera, e non mi è piaciuto.

Il medico ha, o dovrebbe avere, un sapere biologico specifico, o subspecifico, come parte di un sapere più generale detto Scienza:
su richiesta può poi, e nel più dei casi deve, esercitarlo nell’operare il passaggio, sempre scientifico, da uno stato di partenza (A) a uno stato di arrivo (B), ambedue scientificamente configurabili, e altro non deve sapere né fare, “in scienza e coscienza”.

Capita all’opposto che passi dal sapere al volere (curare, peggio ancora “aiutare l’umanità sofferente”):
quanto più questo passaggio si fa radicale, tanto più le cose volgono al peggio, perché fa di lui, anziché un pazzo, un sadico (già Freud: “Mai stato così sadico!”).

La guarigione è un interesse, e non suo ma del cliente:
volesse il cielo che i “pazienti” sapessero pensarsi come clienti, invece il peggio di noi emerge proprio nel rapporto con il medico:
la cura è solo affar mio, non alienabile.

Solo in un caso il desiderio del medico è onesto e ammissibile:
quando è il desiderio di avere a che fare prevalentemente con persone sane, non con malati peggio se pazienti:
ma quanto più si innesta la marcia di quella volontà, tanto più il medico “ama” (è il sadismo) i suoi malati, tanto “pazienti”.

L’analogia peggiore che conosco è quella tra medico e salvatore, divisione in due competenze del campo della salute-salvezza.

Uno così è uno che mi attende al varco della malattia terminale:
anzi, è un rappresentante della Teoria della vita stessa come stato terminale di lungo periodo (già la Sfinge di “Edipo re”, inoltre e poi parlerò di “Blade runner”).

Uno così poi oserà volermi curare anche spiritualmente, trattarmi come “persona”:
se mi rimane un po’di buon senso, prima lo maltratto (come lui sta facendo con me), poi lo denuncio per violazione della privacy, almeno.

In questo disegno, come psicoanalista sono un medico-biologo, anche senza laurea in medicina:
mi muovo secondo due configurazioni (A e B) distinte da una linea a tratteggio (sul tratteggio tornerò):
il fine della guarigione (il passaggio dalla sinistra alla destra del tratteggio) è affare del mio cliente, uno che è stato paziente già troppo a lungo.

Distinguo sapere e sapere:
è la distinzione che manca ai medici.

Milano, 26 gennaio 2009

 

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