TOCQUEVILLE, O IL “SOGNO” AMERICANO

Da “La democrazia in America” (1835, 1840) di Alexis de Tocqueville (1805-1859):
qualche passo dai capitoli conclusivi:
“Vedo presso i nostri contemporanei due idee contrarie, ma ugualmente funeste.

Alcuni, vedendo dell’eguaglianza solo le tendenze anarchiche, temono il loro libero arbitrio e hanno paura di se stessi.

Altri, meno numerosi ma più illuminati, vedono altrimenti: a fianco della via che, partendo dall’eguaglianza, conduce all’anarchia, hanno finalmente scoperto la strada che sembra condurre invincibilmente alla servitù. Essi piegano in precedenza il loro animo a questa necessaria servitù e, disperando di restare liberi, adorano già in fondo al cuore il padrone che sta per venire.

I primi abbandonano la libertà perché la stimano pericolosa, i secondi perché la giudicano impossibile.

Se avessi avuto quest’ultima opinione, non avrei scritto quest’opera; mi sarei limitato a piangere segretamente sul destino dei miei simili [quest’ultima frase poteva scriverla Freud, ndr].

Ho voluto mettere in piena luce i pericoli cui l’eguaglianza espone l’indipendenza umana, perché credo fermamente che siano i più formidabili, come pure i meno previsti, fra quanti ne riserva l’avvenire. Ma non li credo insormontabili [ndr: idem]”.

(Parte quarta, Cap. VIII e finale).

“Durante il mio soggiorno negli Stati Uniti avevo notato che uno stato sociale democratico simile a quello degli americani può offrire una facilità singolare allo stabilirsi del dispotismo […].

É probabile che il dispotismo, se riuscisse a stabilirsi presso le nazioni democratiche del nostro tempo, avrebbe un altro carattere [rispetto alla tirannide del passato, ndr]: sarebbe più esteso e più mite e degraderebbe gli uomini senza tormentarli [parla di noi, ndr]. […] quella stessa eguaglianza, che facilita il dispotismo, lo tempera […].

Quando penso alle piccole passioni degli uomini del nostro tempo […] non temo che essi troveranno fra i loro capi dei tiranni, ma piuttosto dei tutori.

Credo, dunque, che la forma d’oppressione da cui sono minacciati i popoli democratici non rassomiglierà a quelle che l’hanno preceduta nel mondo […], le antiche parole dispotismo e tirannide non le convengono affatto. La cosa è nuova, bisogna tentare di definirla, poiché non è possibile indicarla con un nome.

Al di sopra di essi [“una folla innumerevole di uomini eguali”] si eleva un potere immenso e tutelare, che solo si incarica di tutelare i loro beni e di vegliare sulla loro sorte. E’ assoluto, particolareggiato, regolare, previdente e mite. Rassomiglierebbe all’autorità paterna se, come essa, avesse lo scopo di preparare gli uomini alla virilità [osservo che parla per ambedue i sessi, e rammento la mia apologia della donna mannara, ndr], mentre cerca invece di fissarli irrevocabilmente nell’infanzia, ama che i cittadini si divertano, purché non pensino che a divertirsi. Lavora volentieri al loro benessere, ma vuole esserne l’unico agente e regolatore; provvede alla loro sicurezza e ad assicurare i loro bisogni, facilita i loro piaceri, tratta i loro principali affari, dirige le loro industrie, regola le loro successioni, divide le loro eredità; non potrebbe esso togliere interamente loro la fatica di pensare e la pena di vivere? [sottolineature mie]”.

(Parte quarta, Cap. VI).

Un solo commento:
non avevo mai tanto visto brillare per la sua assenza – assenza politica – l’amicizia del pensiero:
è notevole che la descrizione di Tocqueville vale anche per le religioni, nel loro contribuire alla medesima specie di società pur nella netta separazione dallo stato:
penso sia questo il “ ‘sogno’ – non pensiero – americano”, senza contrasto con l’essere stato fan della prima ora di Obama.

Milano, 12 dicembre 2008

 

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