LA SIGNORINA FIFÍ, O LA FEROCIA DELLA BANALITÁ PICCOLOBORGHESE

Le Novelle di Maupassant sono state tra i miei livres de chevet nell’adolescenza:
vi spiccava, oltre all’indimenticabile “Bel ami”, “La signorina Fìfì”, ufficiale prussiano dal soprannome inflittogli dai suoi commilitoni, non dai francesi occupati né dalla giovane minuta prostituta francese che infine lo uccide con orgoglio e coraggio.

Finita la guerra franco-prussiana luglio 1870-maggio 1871 e a Francia liberata, un patriota borghese decide di sposare e con ciò riscattare l’egualmente patriottica ragazza ancorché prostituta, l’ebrea Rachel:
potrei aggiungere “ancorché ebrea”, riscattata in confezione unica, diversamente che bisogno aveva Maupassant di inventare una prostituta ebrea?

La brillante ferocia (verbale) del sarcasmo dello scrittore è nella chiusa della novella:
e ne fece una signora che non valeva meno di tante altre” [corsivo non obbligato, ndr].

Che io sappia, mai lo spirito piccoloborghese è stato così bene stigmatizzato nella sua miseria, nel suo disprezzo sistematico, perfino nel suo antisemitismo, in generale nella sua operazione produttiva che è la banalizzazione:
l’omega della sistematizzazione (patogena).

Questa novella mi affacciava su una moralità nuova, capace di riconoscere l’immoralità piccoloborghese, la sua bacillocultura:
un’immoralità cui il bravo ragazzo che ero non era preparato, se non dai miei inconfessati disgusti personali, non analizzati da me e non condivisi da altri:
è il ricettacolo della formazione reattiva, sadismo “amoroso”.

Marx non si risparmiava nell’uso di questa parola, “piccoloborghese”, e così a lungo il marxismo:
negli anni ’70 la mia antipatia per l’incipiente post-comunismo del PCI prendeva le mosse dall’ osservare la cancellazione di questa parola, insieme a quella del nome stesso di Marx.

Confesso, mi piacevano tanto i Comunisti quando mangiavano i bambini:
perlomeno, non servivano il veleno del brodo mamma-bambino.

Devo decidermi a pubblicare l’antologia di Marx che medito da vent’anni (penso che sorprenderebbe).

Non molti storici hanno riconosciuto, o non a sufficienza, ciò che il Nazismo doveva, nella sua ascesa e nella sua tenuta, alla ferocia (reale) dello spirito piccoloborghese, che è la base di ogni “massa” in senso freudiano, o gruppo.

Da un secolo noi psicoanalisti ce ne siamo sì ma solo timidamente difesi:
però la storia della psicoanalisi non ne è venuta a capo, tanto da fare della psicoanalisi stessa un fatto di gruppo:
avente Freud come Capo, che si può soltanto uccidere pur conservandolo nel sepolcro (londinese).

C’è un’obiezione ragionevole del malato:
che la guarigione lo porterebbe alla banalità (professionale e amorosa):
ma la sua obiezione è inefficace, non se ne fa nulla, e non è neppure valida, perché il suo pensiero resta prigioniero della banalità che denuncia
(lo schizofrenico non è meno banale del suo manicomio).

Milano, 18 dicembre 2008

 

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