IL PETROLIO E LA GRAZIA (bis)

[Per un inconveniente a me incomprensibile, l’articolo di ieri non ha potuto venire pubblicato.]

Il nesso tra petrolio e grazia è facilmente esplicitabile (precedono gli articoli di giovedì 4 e venerdì 5 dicembre).

Fino al 1882 il petrolio è rimasto natura vile per millenni, una materia non ancora prima, e abbastanza fastidiosa con pochissime e dubbie utilità:
ma tale data ne ha mutato il destino e con esso quello dell’umanità:
in questo caso la grazia si chiama motore a scoppio, modificato da uno scienziato italiano, il Prof. Enrico Bernardi, che per primo ha introdotto la benzina (un derivato del petrolio appunto) come combustibile per lo scoppio:
e il petrolio fu, il motore a scoppio è stato l’Amico del petrolio.

Ecco una buona occasione per risanare le nostre povere e lacrimevoli idee su che cosa chiamare “realtà”:
è i due stati del petrolio, più il passaggio dall’uno all’altro grazie al lavoro anzitutto del pensiero:
ecco cinque termini tutti da rispettare per poter dire “realtà” (dimezzate l’ultimo e avrete il delirio).

Non solo sulla realtà, ma anche sulla “grazia”, su cui tanto affabulavano i Teologi della mia giovinezza:
se significa qualcosa, significa la costituzione di condizioni favorevoli, opportunità, per il prodursi di un evento:
questo potrebbe non prodursi per più di una ragione, una delle quali è la presenza di condizioni sfavorevoli, sgrazianti (non è il caso del petrolio, o della natura in generale).

Quanto alla grazia divina, in gioventù ricevevo l’oscura idea di una telecinesi o una psicotelecinesi superna:
non che io mi arroghi di disconoscere a Domineddio qualsivoglia prerogativa, ma non ne ridurrei la grazia a questi mezzucci da Superman.

Gli anni ’80 dell’Ottocento sono anche gli anni degli inizi di Freud, ossia dell’Amico del pensiero:
questo non aveva ancora conosciuto Amici, almeno per loro costituzione primaria e a tempo pieno:
esso continuava a vivere nel deserto e dissesto diseconomico e patologico, quello delle sue omissioni e sistematizzazioni forzate (dunque non semplice natura ancora vile come nel caso del petrolio).

Nel motore a scoppio freudiano, detto “psicoanalisi” ossia quella del divano, il pensiero ridotto in un tale stato (vile perché avvilito, non natura vile) riceveva l’opportunità, per condizione favorevole, di lasciare la sua caverna forzosa anche per servitù volontaria:
si tratta del passaggio da servo a “persona”, un passaggio non favorito dalle affabulazioni (bis) personalistiche al riguardo:
definisco persona quell’individuo o corpo della natura che va a pensiero (appunto come si dice andare a benzina), che ha il pensiero non solo come mezzo ma anche come legge del suo moto, competenza personale del corpo.

Ma già prima, anche nel peggio, andava comunque a pensiero
– nella salute o nella patologia, nella consistenza o nella contraddizione, nell’innocenza o nel delitto, nella pace o nell’angoscia, … –
però il peggio gli proibiva di riconoscerlo, saperlo, desiderarlo, e nella sua servitù volontaria si configurava come vittima, senza gran rivolgimento nel passaggio a carnefice.

Chi avrebbe detto che Freud sta dalla parte della grazia?

Una tale Amicizia del pensiero, chiarore nella notte, può farsi alba facendosi Società.

Milano, 8-9 dicembre 2008

 

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