VILTÀ DELL’INTELLETTUALE

Se ne è sempre parlato da un secolo o più.

Ma la viltà dell’intellettuale non è quella per cui egli si sottometterebbe al Potere costituito:
è quella di non osare avere pensieri che il Potere costituito non concepisce nemmeno, da cui potrebbe perfino trarre sostegno (e ne ha bisogno nella sua debolezza istituzionale), e che non si sognerebbe mai di rimproverargli.

Non è il Potere costituito (costituzionale) a essere nemico del pensiero:
ci si inventa il nemico (tecnica paranoica) per non riconoscerlo altrove:
cioè nella Teoria, solo di cui la violenza è figlia.

É la vecchia problematica della repressione da parte del “Potere”, addotta come scusante della viltà intellettuale.

Nella sua universalità non è il pensiero sano, o logicamente completo, a essere nemico del Potere costituito.

Freud ha individuato le forme del pensiero logicamente incompleto, come forme sostitutive (sistematizzazione mediocre e contraddittoria) dell’incompletezza logica (omissione):
la viltà è logicamente produttrice di ogni contraddizione, soggezione alla minaccia dell’angoscia, magari neppure provata quanto più religiosamente temuta.

Il semplice anzi semplicissimo riconoscere un lapsus è l’esempio-principe del coraggio intellettuale
– l’unico esistente: il coraggio o è intellettuale o non è -,
e senza scomodare i timidi leoni “coraggiosi”.

Viltà della psicopatologia, o viltà collettiva, o di gruppo:
la relazione tra massa e patologia continua a sfuggire, ossia la serialità nonché seriosità non seria della seconda.

Milano, 27 novembre 2008

 

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