ATTENDERE

É un verbo molto usato nel senso religioso, ma in verità è solo abusato, peggio, corrotto:
infatti “attendere” significa appuntamento, tempo giusto:
il ritardo corrompe l’appuntamento, la giusta attesa, facendo perdere il tempo.

Come principio non attendo affatto:
invece preparo, premedito un altro posto, senza limiti cioè obiezioni, e senza preordinare i tempi altrui.

Chi viene è perché ha preso appuntamento (formalmente):
prima non ho pretese, neppure che qualcuno venga, dunque non attendo:
dopo, pretendo sì ma solo l’impegno che ha preso con me cioè attendo:
l’impegno di venire, e onorando il posto fatto ossia col vestito giusto
– il linguaggio è il primo vestito, lo habitus per abitare -:
ossia sanziono, anzitutto il merito.

Come psicoanalista, mi occupo di persone in dichiarato difetto di venire:
da anni definisco così anzitutto le nevrosi (“attendimi io non vengo”), isteria riformabile come ossessione (seguono schizofrenia e paranoia).

Può darsi che uno si indurisca nel non venire, in questo caso non devo prendermi responsabilità:
vorrà dire anzi vorrà fare che andrà all’inferno, che non designa altro che il bizzarro non-luogo del venire-mai, o del non-venire sempre, e senza spreco di fiamme e di maestranze diaboliche
(mi diverte pensare allo sciopero generale della classe operaia infernale).

Gli appuntamenti sono la sede degli affari, e quelli cosiddetti “amorosi”, se tali sono, sono affari come tutti gli altri.

Non mi occupo né preoccupo dell’esistenza di “Dio”:
se uno così dicibile lo riterrà prenderà posto, degno di lui perché è un posto che preparo per ognuno come per “Dio” (homo homini deus, incluso homo foeminae e foemina homini):
del resto, come potrei trattarlo diversamente se sono “a sua immagine e somiglianza”?:
inoltre, se esistesse non si sognerebbe mai di venire tardi e mal vestito, altrimenti al diavolo anche lui!
(sono informato che lui la pensa alla stessa maniera).

Milano, 19 novembre 2008