“Non sono riuscita a fargli capire …!”:
“bella illusione!” ho subito replicato interrompendola, e quasi scusandomi per la rudezza, ma ne ha convenuto facilmente.
Lui avrà avuto il suo torto, anzi ne sono certo, male comune però mai mezzo gaudio:
ma ambedue avevano in comune il torto dell’illusione di “farsi capire”:
l’illusione non è quella di poter capire, ma di far capire:
basterebbe il passaggio al fare gli economisti-contabili del tempo perso, monte-ore mensile, nella non-strada del “far capire”, nelle coppie e in ogni altra occasione.
Un’altra occasione per cogliere l’illusione si vede nel giornalismo:
il peggiore giornalista è quello che vuole far capire:
l’attuale crisi finanziaria mondiale, con praticissime ricadute, potrebbe essere una grande scuola di giornalismo, e anche di economia e di politica, nessuno ci capisce, nessuno fa capire:
la situazione è veramente… misteriosa, e non mi stupirebbe se finisse in mistica.
Un’altra occasione ancora sull’illusione è quella dell’insegnante, la cui forma generale è chiamata “Didattica”.
Sul capire si sfodera sempre “La realtà”, parola fatta apposta per perderla:
da molto giovane mi insegnavano il realismo filosofico, poi il marxismo mi ha fatto fare il passo verso il materialismo:
l’ho ascoltato almeno in un punto, passando dalla materia alla materia prima, frutto di lavoro e punto di applicazione di un successivo lavoro, in un processo finito, concludente, non infinito.
C’è realismo del pensiero a condizione che il test di “realtà” sia un profitto, che non richiede che qualcuno faccia capire (una volta, insufficientemente, il capire si chiamava “busta-paga”):
ho detto “un” profitto, plurale, non “il”, purché descrivibile (niente mistica).
La miseria non è destino:
non l’avevo ancora detta così grossa.
Milano, 3 ottobre 2008