DIO CON FREUD

[Che io parli di questo argomento, del panico finanziario o della crisi di panico o dell’angoscia, dell’unico ma differenziato profitto o di differenziate povertà, dei distinti diritti, delle letterature e delle filosofie, di teorie, di scienza, di psicopatologia, di sessi, di amore, di busta-paga, di lapsus sogni sintomi deliri, tutto ciò ha esistenza a un solo e identico livello: è ciò che intendo per “Idea di una Università”, in cui le distinzioni sono topiche non stratigrafiche. La stratigrafia (i livelli) serve a occultare la notte nera in cui tutte le vacche sono nere. In altri termini “L’uomo non è una costruzione a due piani” (Freud).]

Buona l’idea dell’Autore
– Eric-Emmanuel Schmitt, “Il visitatore”, suggeritomi da Gabriella Pediconi -,
di mettere in scena un incontro tra Dio e Freud, anche se poi, a mio giudizio, non riesce a reggerla ma poco importa:
è buona perché individua l’unico uomo nei secoli con il quale questa idea sia plausibile.

Qualche precedente c’era, ma puramente narrativo-biblico:
per primo Giobbe, di cui ho scritto e detto più volte (ma non ridò i riferimenti), che ho già eletto a Patrono della psicoanalisi;
poi Abramo una sola volta, in quel mercanteggiamento comico tra lui e Dio (un vero Ebreo!) circa il numero di giusti a Sodoma;
e Gedeone, che ha sottomesso a test perfino Dio, con il suo assenso;
e anche Daniele:
come con Nabucodonosor, un Freud-Daniele saprebbe raccontare a Dio il suo “sogno” ossia il nesso tra il suo desiderio e il suo esito, di non minore portata di quello del re di Babilonia:
ma di maggiore successo?

In fondo, di Dio sono state dette tremende banalità, grandezza onnipotenza onniscienza infinità, misericordia o/e amorevolezza presupposte, insomma il Supermercato predicativo:
da cui una persona seria come Lui, se esiste, potrebbe solo schermirsi, salvo arrabbiarsi (“Per chi mi prendete?, un fenomeno da baraccone?”):
mentre non si parla mai del successo di Dio, o della sua riuscita, e non deve lusingarlo molto vedersi collocato all’opposto del limitato fallimento umano, ossia sullo stesso cursore, stessa barca, infinito nel fallimento:
la “morte di Dio” è solo un eufemismo funebre, è del suo fallimento che si tratta.

La buona idea, come reggerla?: un’idea l’avrei:
al posto del “Dio” teologal-esistenziale (che insalata!) e un po’ pascaliano (diciamo nevrotico-ossessivo, nel migliore dei casi) dell’Autore, io sceglierei, teologia e religione a parte, l’incontro tra Gesù e Freud:
per cominciare, così facendo si correggerebbe Dante, che nel suo “Paradiso” è stato accuratissimo nell’evitare l’incontro
– da anni faccio osservare che Dante è il cristianesimo senza Cristo, puro Docetismo -:
non lo voleva né poteva, benché nulla nell’ortodossia glielo proibisse, anzi;
e soprattutto li si farebbe incontrare almeno in una razionalità comune, quella che il Grande Inquisitore di Dostoevskij, associandoli,  permette di portare a evidenza:
l’Inquisitore, l’Ansiolitico (materiale o spirituale) al Potere, rivolge oggi a Freud come prima a Gesù la medesima imputazione:
quella di mancare di compassione misericordia carità verso l’umanità segnata di patologia e angoscia, per il fatto di chiamarla a una soluzione in proprio (“libertà”).

Ma il sedativo come soluzione (passi il tirare-a-campare del buon senso) è il fallimento, nel sapere e nel trattare:
la questione non è se “Dio” esiste, ma se gli piacerebbero esistere come fallito,
il che gli domandano credenti e miscredenti (il “Dio” dantesco è un fallito).

Milano, 10 ottobre 2008

 

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