RAFFAELLA COLOMBO E IL SEGRETO DEL PENSIERO

Da Raffaella Colombo, vivente, ricevo due pagine che rifiuto di pubblicare:
troppo ricche, troppo generose nel loro anticipare:
– anch’io ho anticipato spesso, anzi persevero (non diabolicamente) nel farlo, ma ormai nel mio caso è fatta – :
preferisco attendere un libro da lei (per la verità anche da altri), e non per illusione libresca, priva di avvenire.

Faccio seguire mie annotazioni.

Un tale libro potrebbe intitolarsi “Il segreto del pensiero”, analogamente al “segreto della merce” di Marx:
thriller storico e collettivo più serio del “Nome della rosa”, per di più su scenario moderno e non medioevale.

Si tratta di retrodatare di tre secoli e mezzo lo slogan universale “Non è vero niente!” con cui ho caratterizzato la Pop art:
ebbene, questo slogan già animava implicitamente di sé il “Barocco”, quattro secoli fa, arte letteratura filosofia teologia, oggi aggiungo psicologia.

Che “non è vero niente” lo diceva già, sfacciatamente e senza subire persecuzioni inquisitoriali, il barocco P. Calderòn de la Barca nel suo “La vita è sogno”:
che nulla ha a che vedere con i nostri sogni nel sonno:
anzi questi contestano “la vita è sogno” e “non è vero niente”.

Nel suo lavoro, Raffaella Colombo è stata bruscamente interrotta la mattina del 27 maggio 2000, da una minaccia di morte per arresto cardiaco (io sedevo al suo fianco):
stava esponendo il nocciolo di un libro poco noto ma miliare, “Il destino della metafisica” (1959) di G. Siewerth, mai tradotto dal tedesco (“Das Schicksal der Metaphysik”).

É un libro che verte sulla corruzione del pensiero e dell’essere, nonché del diritto, ad opera, alla fine del ‘500, di quel Francisco Suarez, eminentissimo gesuita spagnolo, che poi è stato il “Professore” di Cartesio, Leibniz, Grozio, Kant:
questa serie di nomi dice un custoditissimo “segreto”, comune al “laico” moderno e al teologo reputato superortodosso.

Se esamino il pensiero di F. Suarez, per il quale Dio “è” (ente) come il pidocchio “è” (ente), con la sola differenza che il primo è infinito
– senza moto, atto, azione e passione, pensiero –
e il secondo finito,
capisco la misericordia e tolleranza divina per non averlo fulminato mentre diceva messa.

Se il Teologo dice che Dio non ha moto (legge di moto), atto, pensiero, deduco che è ateo:
del resto l’ateismo è un’invenzione teologica.

Sono reo confesso:
apprezzo il dogma cattolico (“Credo”) perché professa una duplice legge giuridica di moto:
di generazione (“genitus non factus”) e di processione (“procedit”), anche se i secoli non sono serviti a capirne qualcosa:
per contrasto, notevolissimo è il contributo alla modernità di un superortodosso supereterodosso (F. Suarez).

Ma certo, a non pochi risulterà sconvolgente che per sapere e potere parlare di reale, di vero, di pensiero, si debba riprendere da Freud.

Ci vuole l’errore del pensiero (come quello di F. Suarez) per entrare nella psicopatologia.

Con i miei auguri (parola importante) a R. C.

Milano, 19 settembre 2008

 

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