I SENI DI MEDUSA

Nel ’68 tedesco, giovani e belle studentesse di Francoforte facevano la scoperta, dopo quella freudiana della testa di Medusa, dei seni di Medusa (l’episodio è attestato):
la facevano appunto scoprendoli (camicetta aperta) e agitandoli fisicamente in aula universitaria sotto e contro gli occhi di Adorno, che fu obbligato a fare intervenire la polizia, proprio lui!, il Filosofo del ’68 tedesco, della contestazione della repressione, e del Pensiero critico verso Società, Metafisica, Potere:
dicono che sarebbe morto in conseguenza (’69, meno di un anno dopo), cosa non certa ma plausibile).

Il loro atto era violento, non erotico:
ma la parola “violenza” non fa ancora giustizia, abusatissima com’è.

Sfuggiva a Adorno, al Professore, che le sue arroganti ignude avevano compiuto nient’altro che un atto filosofico, con altri mezzi da quelli del filosofo di professione, e proprio nei confronti del Filosofo Adorno:
esse dicevano, quasi come Amleto, che “C’è più filosofia tra cielo e terra di quella che alberga nella mente de filosofi”.

Era un duplice atto:

1° le militantemente discinte studentesse offrivano involontariamente al filosofo, su un piatto d’argento, un’occasione da lui non colta:
quella di un saggio (a lui che ne scriveva tanti) sulla bellezza finalmente correlata ai sessi:
toh!, si sarebbe chiesto Freud (tanto citato da Adorno), come per la Medusa, com’è che questi indiscussi simboli della bellezza muliebre possono venire agitati (alla lettera) offensivamente, minacciosamente, angosciosamente, insomma non essere tanto … belli?:
eccellente occasione ma perduta, per il filosofo, di rivoluzionare la tradizionale idea di bellezza che si trasmette immutata e immacolata (!) da Platone a noi, accusando così il nostro torpore millenario.

2° in ambedue i casi, vulva o seni, una Medusa sogghignante accusa l’impotenza maschile
– il che non mette la donna al riparo dalla ritorsione speculare, come il mito già annotava senza pietà, e il mondo resta impietoso – :
in breve il filosofo, Professore ontologico, con altri a lui coevi (per esempio M. Foucault), non si è lasciato scuotere dalla sua fede metafisica, e secondo me fanatica, nell’esistenza di “Il Potere”, sia pure repressivo, violento e quant’altro;
non si è lasciato suggerire l’osservazione freudiana, poi lacaniana, che “Il Potere” così detto in linguaggio ancora testardamente metafisico, si costituisce su fondo di impotenza, quella imputata benché parzialmente dalle Walchirie francofortesi.

La mia “donna mannara” di cui parlo in questo Giornale, e per la quale vado pazzo, non è Medusa, non usa il suo sesso come minaccia angosciosa ossia come spada:
ha sì la spada ma distinta dal suo sesso, e non desidera doverla usare:
quanto al suo sesso, se la vedrà con un uomo che le serve a qualcosa (sempre più raro), che se ne intende (di che?), senza il mercimonio universale dei sessi (quello di strada ne è la forma ingenua).

[Condensazione di un articolo su Th. W. Adorno chiestomi da una Rivista.]

Milano, 16 settembre 2008

 

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