GRANDE NIENTE

Trovo gli indizi di guarigione anzitutto nella cessazione di tanti nonnulla, appunto non-nulla:
tic verbali, incisi, intercalare, toni (lamentoso, rivendicativo … ):
interrompo subito la lunghissima serie, solo per suggerire che chi la completasse e la ordinasse si troverebbe di fronte un Mondo insospettato e immenso, più che il mondo dei sintomi.

I nonnulla di cui parlo appartengono al mondo grave della fissazione, come tatuaggi frivoli del discorso (sempre quotidiano):
ma ripeto che non dico di più, se non che questi rocciosi non-nulla sono marchi provinciali non DOC, e non produttivi (non c’è vino).

Tra le “cose” non-nulle che non cessano, ma palesemente lo potrebbero, ci sono certe parole.

Una è “grande”, ho iniziato ad accorgermene lentamente, e a dirlo solo alcuni anni fa:
“grande” è un aggettivo muto e cieco, quanto a due tra i sensi (udito e vista: muto per l’udente), e del tutto assente quanto agli altri (olfatto, gusto, tatto):
è ridicolo se non offensivo che si dica che Shakespeare era un grande scrittore, Michelangelo un grande pittore, Mozart un grande musicista:
questo aggettivo designa solitamente l’ignoranza del parlante, che per di più crede che gli altri non se ne accorgano.

Che Dio sia grande …:
preferisco non proseguire, che sia Lui a prendersela.

L’idea che l’universo fisico sia grande sostituisce al ridicolo il banale:
un pugno di polvere moltiplicato per 1 seguito da un numero di zeri grande “a piacere” (dov’è il piacere?)

Con questo aggettivo me l’ero già presa in un articolo precedente, e anche con un’altra parola, un verbo in questo caso:
“esprimere”, tra i verbi più infami della storia del pensiero.

Per la “libertà di espressione” rimango democraticamente disponibile a combattere battaglie civili, ma non ad ammettere che con essa la Civiltà abbia concluso  gran che.

Milano, 24 settembre 2008

 

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