MEDICO E VETERINARIO

Che cosa differenzia un medico da un veterinario?:
ricordo un Collega medico che, animato da virili sentimenti morali, quasi gridò in un’assemblea:
– “Non sono un veterinario!”:
non ne dubito, ma si tratta di sapere perché.

Si deve costatare che in una società opulenta ad animalismo perfetto
– ossia con il medesimo imperativo terapeutico per animali e uomini, e per il personale non solo medico ma anche paramedico, e perfino con la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo estesa agli animali -,
medico e veterinario differirebbero soltanto quanto differiscono due distinte specializzazioni mediche, cioè un medico sarebbe un veterinario.

Eppure brucio dal desiderio di dare ragione al Collega, che quando mi leggerà non mi amerà più di quanto già non mi ami.

La differenza è precisamente, in logica e storia, quella per cui è nata la psicoanalisi.

Infatti, nel nostro tempo come in ogni altro, la popolazione ha buone ragioni per riferire proprio al medico disturbi avvertiti come tali:
tali però che parte di essi sono eccesso di disturbo, in anamnesi, esame obiettivo, esami strumentali, diagnostica, terapeutica, rispetto al sapere medico:
possiamo dire che in questi caso il malato prevarica, ma legittimamente, sul medico:
cerca giustamente il medico, ma non lo trova nel medico.

Osserviamo inoltre che in generale i medici, salvo scusabile errore umano, sanno fare la distinzione:
dopo di che non sanno, ma correttamente, che fare, salvo poi prescrivere ugualmente qualcosa (psicofarmaci, placebi, terapie sintomatiche, palliativi, talora semplici buffetti biologici come il disgustoso olio di fegato di merluzzo della mia infanzia).

Insomma, il medico incontra impotente (non è una nota di demerito) la più varia sintomatologia nevrotica:
la psicoanalisi è partita, con Freud, come elaborazione razionale di tale impotenza, riconosciuta non solo senza umiliazione, ma perfino come buona notizia:
terreno di nuova scoperta, anche più che quella colombiana dell’America.

É per la virtù di questo eccesso che il medico non è un veterinario.

Ci si risparmino le lacrimoserie vetero“cattoliche” sulla “persona umana” che non va trattata come un “caso”:
è nella sintomatologia nevrotica che c’è persona.

Se sarò ricoverato in ospedale, qualora un medico osi trattarmi da “persona umana”, lo denuncerò per molestie e violazione della privacy:
solo io posso permettere a qualcuno di trattarmi da persona, fatto salvo il vigente Ordinamento giuridico:
in ospedale voglio essere trattato solo come un caso, bene individuato e bene trattato.

Ai sadici oppongo tutta la resistenza umana che mi è possibile.

“Persona umana” è un pleonasmo colpevole e anche sciocco:
“persona” (concetto giuridico) sta a significare “umana”:
non esiste persona animale, “animal grazioso e benigno”.

Nevrosi significa che la persona soffre disturbi di personal-ità:
il disturbo, la patologia, è l’“-ità” della persona, astrazione extragiuridica, superpersonale, superiore e anteriore al rapporto, Teoria.

Tutta la storia della Psicologia è stata invasa dalla Teoria della personalità:
senza neppure sospettare che la patologia è proprio la Teoria della personal-ità
(che fa il paio con la sessual-ità, ossia una Teoria, come patologia).

La psicoanalisi è il supplemento felicemente mancante alla medicina
– e Freud ha sempre chiamato “medico” lo psicoanalista -:
per esercitare tale supplemento non occorre essere medici, basta essere… medici ossia rammentare questo rapporto di supplementarità, cui la maggior parte dei medici viene meno.

Vorrei un nuovo giuramento di Ippocrate, fondato sul supplemento:
ma non penso che quel Collega sarebbe d’accordo.

Milano, 3 luglio 2008

 

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