LA BLESSA D’L’ASU

In vecchio astigiano significa “la bellezza dell’asino”:
lo so dall’infanzia, ma solo col tempo sono arrivato a sapere che è una deformazione dialettale della frase francese, già invidiosa, “La beauté de lage” ossia la bellezza dell’età, deformata in “de l’ane”, asino.

(mi scuso per le pecche ortografiche: le due a del francese mancano del circonflesso, così come in articoli precedenti l’α greca talvolta manca dello spirito dolce).

Non perderei tempo con il detto se designasse ciò che tutti sanno o credono di sapere:
l’invidia di donne non più giovani verso le giovani (“maledette le giovani”, Manzoni) asinizzate pateticamente,
o divertentemente: ho apprezzato ragazze prodigiose nel recitare le oche, o le galline, e perché non le asine?

Ma ahinoi non è così, è peggio e insieme diverso, perché l’asino, giovane o non giovane, non ha età:
giovane o non giovane, nella battuta francese o piemontese è di sé che la donna parla, nella propria aspirazione a essere asino ossia metafisicamente vecchia (sessualmente indifferente per metafisica):
in un linguaggio ancora generazionale, riscontrabile nei sogni ma anche in fantasia diurne, parlerei di metafisica della nonna (che è la metafisica di “La Donna”):
riscontrabile anche in giovanissime.

Ma la nonna è ancora secondo il tempo, mentre qui si tratta di senza-tempo:
attenzione però!, un senza-tempo aldilà del tempo lineare, infinito, della successione cronologica:
è senza il tempo un-due (o più, ma una sequenza molto breve, forse quattro) che è richiesto da una relazione, in cui un soggetto e un altro soggetto fanno ognuno la loro mossa, nel subordine dell’una mossa all’altra, senza previsione o predizione che annulla anticipatamente l’iniziativa dell’altro.

La differenza umana dei sessi
– non ho detto: la differenza dei sessi umani –
vive del tempo un-due-… di una relazione.

La suddetta “Bellezza” è l’invidia perfetta, l’abolizione preliminare dell’accadere, l’eternità.

La rappresentazione della pulsione di morte come riduzione allo stato inorganico (polvere, cenere, sabbia, e perché non particelle elementari?) è ancora moderata, troppo per risolvere pacificamente in polvere la trasmissione generazionale delle tare (la patogenesi è eterna, trans-generazionale):
mentre l’invidia perfetta contempla (è proprio il caso di dire) tutti morti ambulanti, vivi solo nell’angoscia pietrificata in eterno.

Qui la morte si rivela finalmente pensabile e dicibile (ecco una novità ingente):
è la morte del pensiero.

Questo vive di un passo, un-due-…, che non è affatto quello musicale della danza, in cui la mossa dell’altro è già prevista:
ancora uno sforzo e siamo alla marcia militare, magari in forma di maniacale jogging musicale sedativo dell’angoscia dei beati.

L’armonia è la morte del rapporto, e della pace che questo fonda:
l’amore è pacifico, non armonico né equilibrato (c’è equilibrio solo nella morte).

La psicosi è il massimo equilibrio possibile di un organismo ancora biologicamente vivente (magari si s-quilibrasse ossia guarisse!)

I profeti dell’eterno mancano dell’osservazione che l’eterno è già tra noi nella patologia:
dunque la loro promessa non promette nulla ma eternizza il peggio.

Milano, 5 giugno 2008

 

THINK!

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