JOHN DONNE, O IL RITORNO DEL RIMOSSO

Do seguito all’articolo di ieri pubblicando ciò che ricevo da Glauco Maria Genga, questi versi da lui raccolti [*] di John Donne:
poeta inglese, 1572-1631, cronologicamente, storicamente e spiritualmente vicino a Shakespeare, 1564-1616, poeta della sovranità:

Tis all in peeces, all coherence gone;
All just supply, and all Relation:
Prince, Subject, Father, Sonne, are things forgot

Tutto ciò in pezzi, ogni coerenza andata;
Ogni soddisfazione, e ogni relazione:
Principe, Suddito, Padre, Figlio, sono cose dimenticate

G. M.Genga ha subito osservato che il Poeta parla della sovranità (perduta).

Appongo un commento semplice:
nella coerenza (parola del testo) della serie di termini, il Soggetto-suddito appartiene all’identico genere e dunque livello degli altri termini, non alla coppia superiore-inferiore:
non è an-archico, ha l’identica αρχή.

Frantumazione e dimenticanza un momento dopo sono fatte diventare sistematizzazione (dei cocci) e omissione razionalizzata:
tolto il Principe-principio, il “Potere” frantumato e impotente si fa pura opera di sistematizzazione,
e il Soggetto-principio si omette da sé, e chiama “libertà” la sua auto(di)gestione.

Che altro occorre per rammentare la norma psicoanalitica di non sistematizzazione e non omissione?,
e gli psicoanalisti, come hanno potuto non accorgersi che la norma della loro tecnica ha di mira, nella medesima coerenza, psicopatologia e Storia della civiltà?

Ma frantumazione e dimenticanza (i due tratti maggiori della psicopatologia) hanno reso almeno un servizio salutare:
quello di obbligare a cogliere quell’identità di genere, che era già stata frantumata e dimenticata in precedenza senza parere pur apparendo (si chiama “fare finta”).

Le linee di frattura e oblio preesistevano, ossia eravamo già arrivati “alla frutta” di un cattivo pasto:
il Poeta descrive il ritorno del rimosso, il quale significa semplicemente che i sospesi sono a termine, come i crediti non onorati:
il tempo presenta avaramente il conto.

Nell’articolo di ieri, ma già prima, facevo risalire la rimozione a poco meno di venti secoli fa:
è il peccatum dell’era cristiana, la più imponente rimozione della storia.

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[*] Di cui darà conto imminente in www.studiumcartello.it .

Milano, 2 giugno 2008

 

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