IL PARRICIDIO PIÙ CELEBRE, E I DUE DIRITTI

Nel 1598 la giovinetta Beatrice faceva assassinare, con la complicità del fratello maggiore, della madre, di servitori, quel laido farabutto che era il padre Francesco Cenci, con seguito di processo e condanna per tutti (Beatrice fu decapitata, sorvolo sulle atrocità):
sulla storica e documentatissima vicenda si sono buttati tutti (Romantici in prima fila) in tutte le arti:
tra gli scrittori, Shelley, Stendhal, Dumas padre, Artaud, Moravia tra altri, né l’opera musicale si è risparmiata, né il cinema.

Non trovo interessante sapere se tra le sordide prodezze paterne vi sia stato anche lo stupro (l’incesto è un’altra cosa):
resta che l’anagrafe (“padre”) è il solo dato che giustifichi la fattispecie “parricidio” del diritto penale di allora e di oggi:
che quel tale Cenci fosse notoriamente uno squallido brutale individuo, anche assassino, oggi farebbe invocare almeno le attenuanti generiche, unite all’entusiasmo popolare già di allora per la bella eroina che schiaccia la testa al serpente anzi verme, fatta salva la legittima proibizione giuridica a farsi giustizia con le proprie mani:
ma ripensandoci, se il medesimo popolo e tutti gli altri avessero pensato una Beatrice che schiaccia un verme e non un nobile benché velenoso serpente, l’entusiasmo si sarebbe raffreddato:
draghi sì, lupi sì, serpenti sì, vermi no.

Questa storica vicenda ci dà il vantaggio di accorgerci che almeno in certi casi (tutti?) la parola “parricidio” è pretestuosa (intendo il pre-testo anagrafico) benché giuridicamente ineccepibile, e di lasciarci liberi di chiederci se tale parola possa avere significato non pretestuoso, non tradizionale:
non solo non pretestuoso, ma anche non metaforico, quello per cui sarebbe “parricidio” uccidere qualcuno che è “come” un padre, “simile” a un padre,
il che farebbe impazzire i Giudici nei processi di parricidio, con stuoli di periti-psicologi a discettare se il morto era o non era un “vero” padre.

Insomma, per dire “parricidio” ci vuol altro:
ci vuole un altro Diritto:
ho portato il caso di Beatrice Cenci per rendere facile il pensiero di due Diritti:
1. in quello corrente “padre” non ha significato né senso, pretesto linguistico tradizionale a parte;
2. poi parlo di un primo e distinto Diritto in cui “padre” avrebbe significato
(non dico affatto un significato primario, come non lo è in “Padre primitivo”).

L’impegno di Freud in questa direzione è stato massimo:
anche quello di J. Lacan, che del “padre” ha riconosciuto il pesante peso di un significante senza significato, donde sfida (a trovarlo o negarlo):
ne ho raccolto la sfida distinguendo senso (del moto, della legge di moto come rapporto) da significato, una distinzione assente in J. Lacan
(al quale devo, tra l’altro, di non avere perso un minuto sul risibile “ruolo” paterno).

Rimane da proseguire sulla certezza, incertissima, del primo Diritto, dal quale d’altronde tutti partiamo, non perché “naturale”.

Milano, 29 maggio 2008

 

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