FONDAMENTO

Sabato domenica 24-25 maggio 2008
in anno 151 post Freud natum

 

Lettura di:

S. Freud
Totem e tabù (ancora)
OSF 7

Procedo nella scoperta già segnalata (“Conversione al Totemismo”, martedì 20 maggio) dell’insospettata portata di “Totem e tabù” di Freud:
l’ostacolo a intendere è solo il tenace presupposto etnografico-psicologico (e Freud insiste nel definire la psicoanalisi “scienza senza presupposti”), che vuole selvaggi i “selvaggi” (buoni o cattivi è secondario), e i bambini selvaggi in sedicesimo, buoni necessariamente cioè un presupposto che impedisce di intendere il bambino in ogni caso, e il bambino autistico che fa l’inferno.

Mi occupo del “Totem” nel suo concetto:
do la precedenza a questo, per poi procedere alla sua nominazione:
è così che procedo da lungo per tante parole freudiane subito divenute “significanti” senza concetto:
l’ho fatto anzitutto passando da “pulsione” al concetto di un pensiero individuale legislativo di una legge di moto dei corpi, come legge di forma giuridica:
senza più la distinzione spadroneggiante tra pensiero e una “Ragione” che se ne distingue per asservirlo (è ciò che più devo e dobbiamo a Freud):
ancora oggi sono sorpreso dei risultati incessanti che discendono dal pensiero legislativo.

“Totem” designa (cioè concetto) un pensiero di fondamento, anzi un pensiero – individuale in tutti – come fondamento:
fondamento del legame sociale universale:
qui l’universo è ancora la tribù, e non può bastarci, ma che dire di una cultura come la nostra che “sogna” tribù e villaggio benché “globale”?

Ma almeno per il momento (società = tribù), il fondamento è la comunione tra tutti i diversi totem:
che poi sono indifferenti tra loro nella loro conviviale differenza, come A è differente da B, C eccetera (animali vari innocui o pericolosi, piccoli o possenti, inoltre anche piante, e perfino acqua):
ognuno di essi designa, nella loro non conflittuale e neppure agonistica differenza, il medesimo pensiero come pensiero fondativo e normativo.

Quale pensiero?:
rispondere è facile, ma ci troviamo sempre di fronte al muro della corruzione patogena del facile in difficile se non impossibile:
è il pensiero che il primo bene, summum bonum, è il legame sociale di ognuno con tutti (definizione di universo), quello grazie al quale può accadere ogni traffico, atto, evento, rapporto, appuntamento, profitto, e senza il quale non c’è accadere alcuno.

É un pensiero che precede perfino la Costituzione (lo aveva capito, primo se non unico, H. Kelsen, ma vi tornerò).

Un tale pensiero normativo e fondamentale si distingue formalmente dal pensiero scisso o diviso tra superiore (divino o superegoico) e inferiore:
“Totem” significa soltanto che c’è – no: che deve esserci, ma non è il dovere kantiano – un legame sociale che tiene, il cui tenere è quel bene che permette ogni bene:
ora, lì per lì, qualcuno in lontana epoca lo ha fatto rappresentare dai suddetti animaletti, e con intelligenza perché ciò significava non “metterla giù dura” con brutalità fisica o teorica (la peggiore).

C’è un primo pensiero, e ultimo, che è civile prima della civiltà, colto prima della cultura, ordinato proprio perché superiorem non recognoscens.

Non trascuro l’invenzione straordinaria del “pasto totemico”:
ossia il sapere che un buon pensiero, come ogni altra cosa, per possederlo non basta averlo ma bisogna mangiarlo, “introiettarlo” dicevamo con una vecchia parola, ossia il passaggio dall’averlo al conquistarlo (vedi l’articolo “Prendilo!” di mercoledì 19 marzo).

Quanti altri capitoli seguirebbero:
politotemismo e pensabilità del passaggio al monototemismo, nella loro differenza dalla coppia politeismo-monoteismo; il nesso possibile con il concetto designato dalla parola “Padre”; “né re né capi” come distinzione freudiana del totemismo; ritorno sul bambino; pensiero e educazione, o il pensiero in quanto già colto e la Cultura, eccetera (diversi coetera).

Se per l’umanità le cose potessero andare bene – chi-sa? -, il totemismo sarebbe non il passato ma il futuro.

Milano, 24-25 maggio 2008

 

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