LA DONNA É IM-MOBILE

[Ricevo e subito pubblico questo contributo di Elena Benzoni, alla quale già tacitamente alludeva il mio “Due interpolazioni operistiche d’infanzia” del 13 marzo.]

“La donna è im-mobile” è un ricordo d’infanzia, di quando ascoltavo e, in un secondo tempo, riproducevo con la voce la frase dall’aria del Duca di Mantova nel “Rigoletto” di Giuseppe Verdi, sempre con l’aggiunta iniziale della sillaba “im”.

Qualche anno più tardi, rammento di aver riascoltato la suddetta aria nel film di Fellini “E la nave va”, nella scena che si svolge in Sala Macchine, dove tenori e soprani si sfidano in un duello canoro  a suon di Verdi nella speranza di lasciare di sé un’immagine immortale.

“La donna è immobile” è una Teoria, ha il suo posto nel Cielo infernale degli Oggetti – con riferimento a quanto sostenuto da G. Contri nella recente rivista Istituzioni del Pensiero -, e in quanto premessa porta alle dirette conseguenze.

La prima, come già citato nel blog di G. Contri del 13 marzo, è intellettuale: “muta (=mutismo) d’accento e di pensier”; un essere-donna non più pensante, magari buona solo per contemplare o essere contemplata.

In questa fissità eterna, ogni principio di azione – ecco la seconda conseguenza – è deliberatamente scartato fin dal suo nascere, impedito dalla preoccupazione che, qualora si dovesse azzardare il passo, non si potrebbe tollerare un passo falso (mi piacerebbe andare a riprendere “Gradiva” nella rilettura di Freud).

L’eventuale errore, una volta riscontrato, non può che essere l’ennesima prova di incapacità: frasi del tipo “non posso farcela”, “non ce la farò mai” sono soltanto la logica conclusione del pensiero sottomesso alla Teoria.

[PS   Avevo promesso a E. B. di pubblicare questa nota senza chiose. Penso di non derogare e non dispiacerle con l’aggiunta di questa informazione: J. Lacan, forte del gioco di parole consentito dalla fonetica francese, mostrava la più che omofonia tra faux pas, passo falso, e faut pas, non si deve.]

Milano, 4 aprile 2008

 

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