DONNA USATA

In un sogno è apparsa una “donna usata” o “di seconda mano”:
si dice per un’automobile o, se in riferimento a una donna, non è per la sua onorabilità.

Ma la fiducia che ho per il lavoro del sogno, cioè del pensiero in certe condizioni, mi ha fatto evitare la fretta interpretativa (angoscia), lasciandomi agio ossia posto per un altro caso (come si fa nel diritto), in significato e senso.

Detto fatto
– meglio sarebbe “silenzio-fatto” o “silenzio-detto”: c’è un silenzio che non è afasia, né omissione o distrazione o ineffabilità, ma posto per il concludere -,
è risultato appunto l’altro caso, che è quello dell’“Edipo” femminile quando è (raramente e imperfettamente) riuscito,
ossia quando il padre è stato il primo uomo di una donna:
della quale allora è proprio il … caso di dire “benedicta in mulieribus”.

Bene-detta lei come compagna desiderabile (ecco un pleonasmo),
e fortunato il suo compagno, ma non perché lei domui mansuit, lanam fecit (in traduzione veneta: che la piasa, che la tasa, che la staga in casa):
in questo preciso senso, un uomo dovrebbe usare solo una donna usata, a scanso di ab-usi attivi e passivi.

“Solo”?:
ma con questa restrizione nessuno sarebbe più accompagnato, e tutti resterebbero soli.

Allora introduco la domanda:
ciò posto per una donna, c’è reciprocità con l’“Edipo” maschile?:
è molto che non rispondo alla domanda “A che serve un uomo?” (quando serve a qualcosa).

Avrò occasione per commentare inattesamente anche un’altra espressione tradizionalmente ingiuriosa:
“figlio di cento padri”.

Milano, 28 aprile 2008

 

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