VOTO COMUNISTA

Sabato domenica 15-16 marzo 2008
in anno 151 post Freud natum

 

Lettura di:

S. Freud
Sulla fretta americomunista
Think! del 17 ottobre 2006

Voterò Bertinotti, nella misura in cui è comunista
– con due limitazioni: 1° è troppo sindacalista per essere comunista, 2° Marx non era affatto “di sinistra” bensì qualcosa di galatticamente lontano -,
lo voto da quando siede in Parlamento, e prima fin dal ’68 ho votato analogamente, non PCI.

Parlo in modo univoco e non equivoco, nonché senza adesione alcuna a ciò che è stato il Comunismo o Socialismo reale:
ciò perché – ma parlo troppo in breve – quel Comunismo significava primato dell’Organizzazione, e da molti anni scrivo che il Führerprinzip è Organisationsprinzip.

La mia critica al Comunismo è quella già di Freud, che avversava insieme con un unico concetto la “fretta” americana e comunista (Think! del 17 ottobre 2006, “L’Americomunismo”):
non c’è nulla di più freudiano:
un medesimo errore è rintracciato a 360°, che è errore perché è sull’individuo e dall’individuo (anche quando l’errore gli è derivato da fuori di lui, ma poi lo milita).

Voto così per igiene mentale, per non lasciar cadere, almeno dal mio pensiero, la parola “comunismo”:
ma cosa significa?, o potrebbe significare?

Ci aveva già provato Tommaso d’Aquino con il suo comunismo primitivo voluto da Dio per “diritto naturale”:
Dio ha creato la terra, cioè i beni, per tutti non per la proprietà privata:
ma poi questa trova giustificazione nel “diritto positivo”.

Della sua astrattezza Tommaso trovava almeno un’eccezione pratica nel caso del furto in stato di necessità (voleva dire morire di fame):
in tale caso (Somma Teologica, IIa IIae, q. 66, art. 7) il “ladro” trova ben altro che un’attenuante, semplicemente non è ladro (“l’atto non ha natura di furto o rapina”, “questa necessità rende nostro quello che prendiamo”), cioè la necessità reinstaurerebbe il primitivo comunismo:
questo è Tommaso:
il comunismo è presupposto, preliminare, ideale, teorico, utopico, mitico eccetera, ognuno giostri come vuole nell’equitazione delle parole.

Marx (Think! del 29 settembre 2006 e passim) si differenziava perché non teorizzava il comunismo come primitivo o ideale o morale, ma perché lo scopriva come il futuro storico del capitalismo, cioè dell’economia del frutto – soprappiù, profitto, plusvalore – anche se estorto (“La proprietà è un furto”, Proudhon sottoscritto da Marx), come il suo futuro anteriore non automatico né indolore (sorvolo sul debito hegeliano, “dialettica”, di Marx):
Marx non voleva “fare il bene” della classe operaia (già in “L’ideologia tedesca”), voleva trasformarla, e precisamente in un nuovo soggetto appunto rivoluzionario, ma già preparato dal capitalismo benché ancora privo della “coscienza di classe”
(ancora la “coscienza”!: l’“inconscio” come pensiero coscienziosissimo restava precluso per Marx, ecco perché sono sempre stato contrario al “freudo-marxismo”).

Ho detto “non automatico né indolore”, non solo da parte dei capitalisti ma anche e più dei lavoratori:
e qui la fretta comunista ha dovuto operare la sua forzatura in ogni forma di automatismo frettoloso e doloroso fino al massacro.

Posso ora pertinentemente prestare a Marx la parola “resistenza” quale risulta alla psicoanalisi:
essa arriva alla massima resistenza dell’individuo all’ economia del proprio beneficio:
bizzarro e tragico a un tempo è il fatto che le catene della propria resistenza vanno aldilà di quelle considerate nel “Manifesto”, e nulla le può forzare (provatevi a forzare isteria e anoressia eccetera e dovrete riaprire i gulag).

E qui c’è la resistenza anche di Marx:
non c’è dubbio che Marx ha avuto fiducia nella competenza dell’uomo, come competenza del futuro anteriore,
eppure l’uomo marxiano (ancora nei Grundrisse) è configurato come privo del desiderio di profitto, del profitto come desiderio, cioè non eredita il motore o desiderio del capitalista, per quanto ristretto e feticista questo sia,
ossia come privo di potere (intendo il verbo “potere”),
ed è mantenuto nell’illusione, già religiosa, che ci sia soddisfazione come soddisfazione del bisogno:
tutta la psicopatologia è dolorosamente meritoria nel negarlo.

In questo senso Deng Xiaoping con il suo slogan post-maoista “Arricchitevi!” (Think! del 13 settembre 2006) è stato il più avanzato dei comunisti.

Simile è l’indicazione di ogni psicoanalista che tale sia, o anche della tecnica psicoanalitica, perché la psicopatologia è anzitutto diseconomia, nel principio e nelle conseguenze
(poi è anche anarchia).

Milano, 15-16 marzo 2008

 

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